Roma. “La sequenza dei titoli dice
tutto”. Nel 1970, Walter Laqueur pubblicò “Out of the ruins of Europe”.
Le rovine. Nel 2008 fu la volta di “The last days of Europe”. La fine.
Nel 2010 l’uscita di “After the fall”. Dopo la caduta. E’ questa la
trilogia che uno dei maggiori studiosi d’Europa ha dedicato come un
epitaffio al Vecchio continente.
Novantacinquenne storico di origine ebraica, tedesco di nascita e
americano di adozione, Laqueur è cresciuto in Europa nel suo momento più
terribile: la città di Breslau sotto il nazismo. I suoi famigliari
furono annientati nella Shoah, mentre lui riuscì a fuggire in tempo
prima a Gerusalemme e poi in America, dove avrebbe costruito una
brillante carriera come direttore del Center for Strategic and
International Studies di Washington, affermandosi come uno dei massimi
sovietologi della Guerra fredda, come studioso di ebraismo e come uno
dei più rinomati esperti mondiali della “politica della violenza”. Di
Laqueur l’intuizione, negli anni Settanta, di una “finlandizzazione
strisciante” dell’Europa da parte dell’Unione Sovietica. Già direttore
della Wiener Library di Londra, Laqueur ha appena pubblicato il suo
ultimo libro dal titolo “Putinism”, una analisi dei vent’anni di dominio
del presidente russo Vladimir Putin. “L’Europa oggi? La solita
esagerazione”, dice Walter Laqueur al Foglio. “Se ieri era un successo
incredibile, oggi è un disastro cosmico. Se un eccessivo ottimismo può
portare a delusioni pericolose, può farlo anche alzare le mani
precipitosamente per la disperazione. L’Europa non scomparirà, ma si
rimpicciolirà. L’Europa non sarà ricoperta di cenere, come Pompei o
Ercolano, ma è in declino. Assumerà un profilo basso, non conterà più
negli affari internazionali. Dopo essere stato al centro della politica
mondiale per tanto tempo, il Vecchio continente ora corre il rischio di
diventare una pedina. Ma forse un giorno un nuovo tentativo di creare
un’Europa unita sarà fatto, e magari avrà successo se terrà conto delle
lezioni passate”.
Il progetto europeo sta implodendo sull’immigrazione. L’Europa ha il
dovere morale di prendere milioni di rifugiati e migranti dal medio
oriente? “In linea di principio, sì. In pratica, no. La buona volontà
non è sufficiente. Io sono stato tre volte rifugiato nella mia piuttosto
lunga vita. La prima volta quando ho dovuto lasciare il continente.
Dopo che i nazisti presero il potere in Germania sono emigrato in medio
oriente, in Palestina, che era sotto mandato britannico. Ho vissuto in
un villaggio arabo vicino a Gerusalemme. Un giorno il mukhtar, il
sindaco arabo, mi disse: ‘Devi andare via da qui, per la tua sicurezza’.
Era l’estate del 1946. L’anno dopo, a me, mia moglie e al nostro
bambino hanno suggerito di fuggire da Gerusalemme e trovare un luogo più
sicuro. Ho quindi una certa empatia per le persone che sono ora alla
ricerca di protezione in Europa. Solo che non si può confrontare la
situazione attuale con la situazione di settanta anni fa”.
Secondo Laqueur, la felicità e la prosperità dell’Europa sono sempre
dipese da una ben precisa serie di circostanze: stabilità interna,
relativa sicurezza, indipendenza negli affari esteri, espansione
economica. Tutti questi fattori adesso si stanno lentamente e
inesorabilmente erodendo. Secondo Laqueur, l’Europa è sempre più fiacca.
“L’Europa è troppo debole per giocare un ruolo di civilizzazione o
moralità nella politica mondiale. Discorsi, ammonimenti e buone
intenzioni hanno poco peso quando fatti da una posizione di debolezza.
L’Europa ha in gran parte dilapidato il suo credito morale. Non importa
quanto spesso i valori europei siano invocati e vengano lodati. Perché
una volontà debole, l’inerzia, la fatica, l’insicurezza e la mancanza di
fiducia in se stessi portano alla diagnosi psicologica di un ego
debole. La prosperità materiale ha creato una società timida, che evita
tutti i conflitti e cerca di ignorare tutti i segnali di pericolo che
percepisce come dannosi per il suo edonismo”.
Più che Eurabia, Laqueur intravede Disneyland: “La possibilità che
l’Europa diventi un museo o un parco di divertimenti culturale per i
nuovi ricchi della globalizzazione non è fuori luogo”.
mercoledì 16 marzo 2016
http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/12/21/merkel-renzi-germania-ha-dichiarato-guerra-all-italia___1-v-136275-rubriche_c287.htm
http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/12/21/merkel-renzi-germania-ha-dichiarato-guerra-all-italia___1-v-136275-rubriche_c287.htm
“L'Europa non finirà come Pompei, diventerà un parco giochi”. Parla lo storico Laqueur, articolo di Giulio Meotti
“L'Europa non finirà come Pompei, diventerà un parco giochi”. Parla lo storico Laqueur
Novantacinquenne storico di origine ebraica,
tedesco di nascita e americano di adozione, Laqueur è cresciuto in
Europa nel suo momento più terribile: la città di Breslau sotto il
nazismo. "Il Vecchio continente è oggi un disastro cosmico. Se un
eccessivo ottimismo può portare a delusioni pericolose, può farlo anche
alzare le mani precipitosamente per la disperazione".
di Giulio Meotti
| 11 Marzo 2016 ore 06:01
http://www.ilfoglio.it/occidentalia/2016/03/12/lo-scrittore-algerino-kamel-daoud-e-la-strana-alleanza-dei-suoi-accusatori___1-vr-139312-rubriche_c367.htm
http://www.ilfoglio.it/occidentalia/2016/03/12/lo-scrittore-algerino-kamel-daoud-e-la-strana-alleanza-dei-suoi-accusatori___1-vr-139312-rubriche_c367.htm
Contro il fascismo di sinistra, articolo di Mattia Ferraresi
Contro il fascismo di sinistra
L’occidente politicamente corretto è un élite vuota e secolarizzata che si crede eterna, dice Camille Paglia
di Mattia Ferraresi
| 06 Febbraio 2015 ore 13:17
“Quale visione della vita propone il
liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi
religioni?”, dice Camille Paglia. Nella foto Norman Rockwell, “Freedom
of Speech”, 1943
New York. Camille Paglia combatteva il
politicamente corretto quando ancora non esisteva. C’era la cultura
perbenista e censoria che veniva dagli anni Cinquanta, ma non esisteva
ancora l’invisibile polizia del linguaggio del “fascismo di sinistra”,
come lo chiama lei, che tracciava il confine fra il legittimo e
l’illegittimo nel discorso pubblico non sulla base di un ben perimetrato
codice morale, ma intorno alle linee incerte della libertà individuale.
Non è con la coercizione che il politicamente corretto si è insediato.
E’ stato un docile golpe culturale nel nome dell’uguaglianza, articolato
con il linguaggio accondiscendente dei diritti, non imposto con il
manganello della buoncostume. E’ lo strumento di protezione degli
indifesi, dei più deboli, delle minoranze oppresse, dicevano i suoi
difensori, e l’argomento potrebbe essere ripetuto anche da Mark
Zuckerberg per giustificare l’esclusione da Facebook dei testi che
contengono la parola “frocio” (termine che compare in questo articolo al
solo scopo di sfruculiare l’ottuso algoritmo).
ARTICOLI CORRELATI Evvai! una sinistra anti pol.corr. La dittatura degli studenti che terrorizza i prof. nelle università La mano visibile Nessuna perversione, il pol. corr. è figlio del liberalismo e dei suoi diritti
Paglia è passata in mezzo a tutte le fasi della guerra del politically correct. Faceva il primo anno di università nello stato di New York quando gli studenti di Berkeley guidati da Mario Savio manifestavano per la libertà di parola, gettando i semi della controcultura; in tasca aveva sempre una copia di “Howl” (“la mia bibbia”, dice) il poema di Allen Ginsberg censurato per oscenità. Nel 1957 la polizia aveva perquisito – e contestualmente devastato – la libreria di San Francisco che con inaccettabile affronto aveva continuato a vendere il volume; nei primi anni Novanta, quando il politicamente corretto si è coagulato in un sistema di regole per lo più non scritte, diventando convenzione dopo essere stato pulsione, la femminista contromano era sulla copertina del New York magazine con uno spadone medievale davanti al Museo d’arte di Philadelphia: una “women warrior” a presidio della libera cittadella della cultura contro gli attacchi del politicamente corretto.

Camille Paglia
Non che lo schema del politicamente corretto oggi sia stato superato, anzi. Nella sua veste più minacciosa di “hate speech” – un politicamente corretto con il turbo – il canone che regola l’indicibile nel discorso pubblico è diventato pervasivo e meccanico, s’è infiltrato nella rete sotto forma di cavillosi termini d’uso che si accettano senza leggere; nelle università americane è sempre più frequente il fenomeno del “disinvito” di oratori che possono offendere la sensibilità di qualche gruppo minoritario; sul giornale di Harvard lo scorso anno una studentessa suggeriva di abbandonare la finzione della “libertà accademica” e di selezionare in modo finalmente esplicito quali eventi approvare e quali no sulla base della compatibilità ideologica con una certa tavola di valori che l’università di fatto promuove (e a parole nega). Il massacro islamista nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha rinfocolato il dibattito sulla libertà di espressione e sui suoi limiti. Per qualche settimana siamo stati tutti Charlie, poi l’occidente benpensante è tornato al suo business as usual: il New York Times non ha pubblicato le vignette di Maometto per non offendere i lettori musulmani, Facebook le ha censurate per non far arrabbiare il governo turco e l’editorialista David Brooks ha fatto notare un’indiscutibile verità: un giornale come Charlie Hebdo “non sarebbe durato trenta secondi” in qualsiasi università americana. Si sarebbero sollevate proteste indignate, minoranze offese avrebbero manifestato e finanziatori altrettanto offesi avrebbero protestato con argomenti molto più convincenti.
Lo stesso magazine che ritraeva Paglia fra armature medievali quasi quindici anni fa ha pubblicato di recente un saggio sul politicamente corretto di Jonathan Chait, opinionista di tendenza liberal, di cui il Foglio ha dato conto la settimana scorsa. Chait si scaglia contro la dittatura del politicamente corretto e per capire che ha messo il dito in una piaga insanguinata del dibattito basta leggere alcune delle violente reazioni all’articolo da parte di esponenti di minoranze e sottoculture che esigono protezione da parte della polizia del linguaggio. Il ragionamento dei critici suona così: Chait può permettersi di attaccare il politicamente corretto perché è un maschio-bianco-etero-ricco, se soltanto uscisse per un attimo dalla bolla di privilegio sociale in cui vive capirebbe che le regole per non offendere le minoranze sono un bene sociale imprescindibile. Questo tanto per dire dove può portare la foga iconoclasta del movimento anti-anti-politicamente corretto, che legge qualunque episodio come figura dell’universale dialettica fra oppressori e oppressi.
Il cuore del saggio di Chait, però, era il tentativo di dimostrare che il politicamente corretto non è figlio del liberalismo, ma ne è una perversione, un tradimento introdotto dalla sinistra radicale d’impostazione marxista e inclinazione totalitaria. Nello schema di Chait c’è una sinistra buona e liberale che disprezza la correttezza politica e innalza monumenti al “free speech”, e una sinistra cattiva che con un rasoio ideologico raschia via dal discorso pubblico ciò che è incompatibile con il suo pensiero, e usa come scusa la difesa delle minoranze.
La guerriera Camille Paglia prende a spadate questa rapresentazione, e in una conversazione con il Foglio ripercorre la genesi del politicamente corretto in seno (e non al di fuori) alla rivoluzione liberale: “La libertà di espressione era la vera essenza, l’anima della politica di sinistra degli anni Sessanta, che reagiva al conformismo e alla censura degli anni Cinquanta, alla quale si opponevano già prima gruppi radicali underground, i poeti Beat e gli artisti di San Francisco e del Greenwich Village. La libertà di espressione è sempre stato il mio principio e la mia motivazione centrale, parte dell’eredità dei filosofi dell’illuminismo che hanno attaccato con forza le autorità religiose e i privilegi di classe. Proprio per questo è stato incredibilmente scioccante per me il momento in cui i liberal americani hanno abbandonato il ‘free speech’ negli anni Settanta e hanno inaugurato l’èra del politicamente corretto, per la quale soffriamo ancora oggi. Invece di difendere il vibrante individualismo degli anni Sessanta, la sinistra è diventata una polizia del pensiero stalinista che ha promosso l’autoritarismo istituzionale e ha imposto una sorveglianza punitiva delle parole e dei comportamenti”.
La sottesa analogia con la dinamica che dalla rivoluzione giacobina e ai suoi ideali di liberté ecc. conduce al terrore è certamente politicamente scorretta, e Paglia da sempre mischia maliziosamente il registro dell’analisi a quello della provocazione (solitamente quando l’interlocutore pensa si tratti di provocazione in realtà è il frammento di un ragionamento calmo e lucido), rimane da spiegare il perché, e forse anche il come. Perché la sinistra ha abbandonato le sue aspirazioni di libertà per rintanarsi nel fascismo di sinistra? “Per capirlo – dice Paglia – dobbiamo innanzitutto esaminare il fallimento della sinistra nel comunicare e capire la maggioranza dell’America, il mainstream. Il documentario ‘Berkeley in the Sixties’, uscito nel 1990, mostra una serie di errori strategici fatti dalla sinistra, che, ad esempio, ha deciso di associarsi a movimenti che promuovevano il disordine civile. Questo ha portato a una reazione culturale fortissima, la quale ha contribuito al risultato delle elezioni del 1968: Richard Nixon è diventato presidente, ed è nato un enorme movimento conservatore a livello nazionale”.
Così la destra è riemersa sulla scena politica grazie alle contraddizioni interne della sinistra, mentre i liberal scottati dal l’arrivo di Nixon “si sono infiltrati nelle università”. Erano i primi anni Settanta, ricorda Paglia, “proprio quando ho cominciato a insegnare”. Questa sinistra che si è riversata nell’accademia “ha fatto pressioni enormi sugli organi di governo dei college per introdurre cambiamenti di sistema che poi sarebbero diventati la struttura base su cui è stato costruito tutto l’edificio del politicamente corretto: sono nati dipartimenti autonomi e autogestiti di studi femminili, studi afroamericani, chicano eccetera. Questi programmi ispirati dalla ‘politica dell’identità’ erano basati innanzitutto sull’ideologia, non su standard di qualità in termini di ricerca. I professori venivano assunti in quanto ‘true believer’ e il dissenso da un codice approvato non era tollerato. Ero orripilata dai rigidi dogmi e dalla mediocrità intellettuale di tutto questo: oggi è la routine dell’accademia americana”.
I dipartimenti umanistici sono stati occupati dai discendenti della sinistra illuminata e liberale, non soltanto dai radicali marxisti, i quali invece occupavano inespugnabili e tuttavia isolate roccaforti universitarie. “Nei decenni – continua Paglia – i pensatori indipendenti che cercavano di fare carriera nelle humanities sono stati cacciati dalle università. Ho avuto a che fare con questo fascismo dottrinario in tutti i modi possibili. Esempio: il mio primo libro, ‘Sexual Personae’, che criticava l’ideologia femminista convenzionale, è stato rifiutato da sette editori prima di essere pubblicato nel 1990, nove anni dopo che avevo finito di scriverlo. Per fortuna quello era un momento in cui si stava discutendo del politicamente corretto sui media per via di certi codici linguistici imposti da università tipo la University of Pennsylvania. Non mi è dispiaciuto quando il magazine New York ha deciso di dedicarmi la storia di copertina, anzi se devo dire la verità l’idea della spada è stata mia”.
A quel punto, però, i dettami del politicamente corretto avevano penetrato a tal punto la cultura che i giornali di sinistra accusavano Paglia di essere una conservatrice (“accusa isterica che non aveva alcun senso: avevo appena votato per l’attivista ultraliberal Jesse Jackson alle primarie democratiche, sono ancora registrata per il Partito democratico e ho sostenuto, anche finanziariamente, il Green Party”) e la ragione della reazione convulsa, spiega, è semplice: “La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare. Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico. Questi meschini e arroganti dittatori non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alla loro. Il loro sentimentalismo li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera. La sinistra americana è un mondo artificiale prodotto dalla fantasia, un ghetto dove i liberal si parlano solo con altri liberal. Penso che la divisione politica fra destra e sinistra sia moribonda e vada abbandonata, abbiamo bisogno di categorie più flessibili”.
Il “free speech” è un concetto morto nel cuore della sinistra, ma a morire, più tragicamente e meno concettualmente, sono anche i vignettisti che disegnano Maometto per rivendicare la libertà d’espressione. In America molti giornali mainstream non hanno voluto ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo, cosa pensa di tale scelta?
“Dato che le vignette di Charlie Hebdo erano disponibili in rete, non capisco perché i grandi giornali avrebbero dovuto ripubblicarle, esponendo i loro staff a potenziali pericoli da parte di fanatici senza scrupoli. I direttori poi possono anche indulgere in gesti nobili e simbolici, barricati come sono dietro sistemi di sicurezza molto più sofisticati di quelli della redazione di Charlie, ma di solito a pagare il prezzo più alto sono gli inservienti, le guardie, i custodi”. Un’esibizione di prudenza che non ci si aspetterebbe da un’intellettuale venuta fuori dalla sinistra, ma a ben vedere Paglia ha passato tutta la vita a combattere una élite che sbandierava la libertà come valore supremo; la femminista che combatte il dogma dell’uguaglianza dei ruoli e la lesbica che difende la differenza sessuale come base antropologica dell’occidente: “Guarda, sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighenzia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale della loro identità. La magnifica ricerca di significato, dunque religiosa e spirituale, degli anni Sessanta si è persa nella politica delle identità dei Settanta. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata un’atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi religioni?”.
Michel Houellebecq nel suo libro “Sottomissione” parla esattamente
dell’assenza di un’alternativa secolare all’altezza dell’immaginario
religioso, che finisce per affermarsi nella vuotà libertà dell’occidente
perché porta un surplus di significato. Paglia non ha letto il libro
dello scrittore francese né lo farà. Nessuna antipatia particolare,
soltanto “non leggo romanzieri contemporanei”. E qui Paglia s’infervora:
“A meno che non abbiano una diretta esperienza da zone di guerra, gli
scrittori odierni non hanno nulla da dirci sulla crescente instabilità
del mondo di oggi. Cosa sa esattamente Houellebecq del presente a parte
quello che tutti leggiamo sui media? Per capire il presente leggo sempre
testi di storia e religioni comparate. Siamo in un periodo simile a
quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e
con uno stile di vita sessualmente ‘libero’ pensava che il suo mondo
fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è
arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che
valorizzava il martirio. L’occidente ha perso la strada, che cos’ha da
offrire oggi? Può anche essere che il vecchio conflitto con il mondo
islamico sia il fattore primario nel determinare la storia nel prossimo
secolo. Ma non possiamo capire cosa sta succedendo senza tornare alle
nostre radici culturali e ricostruire un senso di rispetto per la
religione”.
ARTICOLI CORRELATI Evvai! una sinistra anti pol.corr. La dittatura degli studenti che terrorizza i prof. nelle università La mano visibile Nessuna perversione, il pol. corr. è figlio del liberalismo e dei suoi diritti
Paglia è passata in mezzo a tutte le fasi della guerra del politically correct. Faceva il primo anno di università nello stato di New York quando gli studenti di Berkeley guidati da Mario Savio manifestavano per la libertà di parola, gettando i semi della controcultura; in tasca aveva sempre una copia di “Howl” (“la mia bibbia”, dice) il poema di Allen Ginsberg censurato per oscenità. Nel 1957 la polizia aveva perquisito – e contestualmente devastato – la libreria di San Francisco che con inaccettabile affronto aveva continuato a vendere il volume; nei primi anni Novanta, quando il politicamente corretto si è coagulato in un sistema di regole per lo più non scritte, diventando convenzione dopo essere stato pulsione, la femminista contromano era sulla copertina del New York magazine con uno spadone medievale davanti al Museo d’arte di Philadelphia: una “women warrior” a presidio della libera cittadella della cultura contro gli attacchi del politicamente corretto.
Camille Paglia
Non che lo schema del politicamente corretto oggi sia stato superato, anzi. Nella sua veste più minacciosa di “hate speech” – un politicamente corretto con il turbo – il canone che regola l’indicibile nel discorso pubblico è diventato pervasivo e meccanico, s’è infiltrato nella rete sotto forma di cavillosi termini d’uso che si accettano senza leggere; nelle università americane è sempre più frequente il fenomeno del “disinvito” di oratori che possono offendere la sensibilità di qualche gruppo minoritario; sul giornale di Harvard lo scorso anno una studentessa suggeriva di abbandonare la finzione della “libertà accademica” e di selezionare in modo finalmente esplicito quali eventi approvare e quali no sulla base della compatibilità ideologica con una certa tavola di valori che l’università di fatto promuove (e a parole nega). Il massacro islamista nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha rinfocolato il dibattito sulla libertà di espressione e sui suoi limiti. Per qualche settimana siamo stati tutti Charlie, poi l’occidente benpensante è tornato al suo business as usual: il New York Times non ha pubblicato le vignette di Maometto per non offendere i lettori musulmani, Facebook le ha censurate per non far arrabbiare il governo turco e l’editorialista David Brooks ha fatto notare un’indiscutibile verità: un giornale come Charlie Hebdo “non sarebbe durato trenta secondi” in qualsiasi università americana. Si sarebbero sollevate proteste indignate, minoranze offese avrebbero manifestato e finanziatori altrettanto offesi avrebbero protestato con argomenti molto più convincenti.
Lo stesso magazine che ritraeva Paglia fra armature medievali quasi quindici anni fa ha pubblicato di recente un saggio sul politicamente corretto di Jonathan Chait, opinionista di tendenza liberal, di cui il Foglio ha dato conto la settimana scorsa. Chait si scaglia contro la dittatura del politicamente corretto e per capire che ha messo il dito in una piaga insanguinata del dibattito basta leggere alcune delle violente reazioni all’articolo da parte di esponenti di minoranze e sottoculture che esigono protezione da parte della polizia del linguaggio. Il ragionamento dei critici suona così: Chait può permettersi di attaccare il politicamente corretto perché è un maschio-bianco-etero-ricco, se soltanto uscisse per un attimo dalla bolla di privilegio sociale in cui vive capirebbe che le regole per non offendere le minoranze sono un bene sociale imprescindibile. Questo tanto per dire dove può portare la foga iconoclasta del movimento anti-anti-politicamente corretto, che legge qualunque episodio come figura dell’universale dialettica fra oppressori e oppressi.
Il cuore del saggio di Chait, però, era il tentativo di dimostrare che il politicamente corretto non è figlio del liberalismo, ma ne è una perversione, un tradimento introdotto dalla sinistra radicale d’impostazione marxista e inclinazione totalitaria. Nello schema di Chait c’è una sinistra buona e liberale che disprezza la correttezza politica e innalza monumenti al “free speech”, e una sinistra cattiva che con un rasoio ideologico raschia via dal discorso pubblico ciò che è incompatibile con il suo pensiero, e usa come scusa la difesa delle minoranze.
La guerriera Camille Paglia prende a spadate questa rapresentazione, e in una conversazione con il Foglio ripercorre la genesi del politicamente corretto in seno (e non al di fuori) alla rivoluzione liberale: “La libertà di espressione era la vera essenza, l’anima della politica di sinistra degli anni Sessanta, che reagiva al conformismo e alla censura degli anni Cinquanta, alla quale si opponevano già prima gruppi radicali underground, i poeti Beat e gli artisti di San Francisco e del Greenwich Village. La libertà di espressione è sempre stato il mio principio e la mia motivazione centrale, parte dell’eredità dei filosofi dell’illuminismo che hanno attaccato con forza le autorità religiose e i privilegi di classe. Proprio per questo è stato incredibilmente scioccante per me il momento in cui i liberal americani hanno abbandonato il ‘free speech’ negli anni Settanta e hanno inaugurato l’èra del politicamente corretto, per la quale soffriamo ancora oggi. Invece di difendere il vibrante individualismo degli anni Sessanta, la sinistra è diventata una polizia del pensiero stalinista che ha promosso l’autoritarismo istituzionale e ha imposto una sorveglianza punitiva delle parole e dei comportamenti”.
La sottesa analogia con la dinamica che dalla rivoluzione giacobina e ai suoi ideali di liberté ecc. conduce al terrore è certamente politicamente scorretta, e Paglia da sempre mischia maliziosamente il registro dell’analisi a quello della provocazione (solitamente quando l’interlocutore pensa si tratti di provocazione in realtà è il frammento di un ragionamento calmo e lucido), rimane da spiegare il perché, e forse anche il come. Perché la sinistra ha abbandonato le sue aspirazioni di libertà per rintanarsi nel fascismo di sinistra? “Per capirlo – dice Paglia – dobbiamo innanzitutto esaminare il fallimento della sinistra nel comunicare e capire la maggioranza dell’America, il mainstream. Il documentario ‘Berkeley in the Sixties’, uscito nel 1990, mostra una serie di errori strategici fatti dalla sinistra, che, ad esempio, ha deciso di associarsi a movimenti che promuovevano il disordine civile. Questo ha portato a una reazione culturale fortissima, la quale ha contribuito al risultato delle elezioni del 1968: Richard Nixon è diventato presidente, ed è nato un enorme movimento conservatore a livello nazionale”.
Così la destra è riemersa sulla scena politica grazie alle contraddizioni interne della sinistra, mentre i liberal scottati dal l’arrivo di Nixon “si sono infiltrati nelle università”. Erano i primi anni Settanta, ricorda Paglia, “proprio quando ho cominciato a insegnare”. Questa sinistra che si è riversata nell’accademia “ha fatto pressioni enormi sugli organi di governo dei college per introdurre cambiamenti di sistema che poi sarebbero diventati la struttura base su cui è stato costruito tutto l’edificio del politicamente corretto: sono nati dipartimenti autonomi e autogestiti di studi femminili, studi afroamericani, chicano eccetera. Questi programmi ispirati dalla ‘politica dell’identità’ erano basati innanzitutto sull’ideologia, non su standard di qualità in termini di ricerca. I professori venivano assunti in quanto ‘true believer’ e il dissenso da un codice approvato non era tollerato. Ero orripilata dai rigidi dogmi e dalla mediocrità intellettuale di tutto questo: oggi è la routine dell’accademia americana”.
I dipartimenti umanistici sono stati occupati dai discendenti della sinistra illuminata e liberale, non soltanto dai radicali marxisti, i quali invece occupavano inespugnabili e tuttavia isolate roccaforti universitarie. “Nei decenni – continua Paglia – i pensatori indipendenti che cercavano di fare carriera nelle humanities sono stati cacciati dalle università. Ho avuto a che fare con questo fascismo dottrinario in tutti i modi possibili. Esempio: il mio primo libro, ‘Sexual Personae’, che criticava l’ideologia femminista convenzionale, è stato rifiutato da sette editori prima di essere pubblicato nel 1990, nove anni dopo che avevo finito di scriverlo. Per fortuna quello era un momento in cui si stava discutendo del politicamente corretto sui media per via di certi codici linguistici imposti da università tipo la University of Pennsylvania. Non mi è dispiaciuto quando il magazine New York ha deciso di dedicarmi la storia di copertina, anzi se devo dire la verità l’idea della spada è stata mia”.
A quel punto, però, i dettami del politicamente corretto avevano penetrato a tal punto la cultura che i giornali di sinistra accusavano Paglia di essere una conservatrice (“accusa isterica che non aveva alcun senso: avevo appena votato per l’attivista ultraliberal Jesse Jackson alle primarie democratiche, sono ancora registrata per il Partito democratico e ho sostenuto, anche finanziariamente, il Green Party”) e la ragione della reazione convulsa, spiega, è semplice: “La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare. Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico. Questi meschini e arroganti dittatori non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alla loro. Il loro sentimentalismo li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera. La sinistra americana è un mondo artificiale prodotto dalla fantasia, un ghetto dove i liberal si parlano solo con altri liberal. Penso che la divisione politica fra destra e sinistra sia moribonda e vada abbandonata, abbiamo bisogno di categorie più flessibili”.
Il “free speech” è un concetto morto nel cuore della sinistra, ma a morire, più tragicamente e meno concettualmente, sono anche i vignettisti che disegnano Maometto per rivendicare la libertà d’espressione. In America molti giornali mainstream non hanno voluto ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo, cosa pensa di tale scelta?
“Dato che le vignette di Charlie Hebdo erano disponibili in rete, non capisco perché i grandi giornali avrebbero dovuto ripubblicarle, esponendo i loro staff a potenziali pericoli da parte di fanatici senza scrupoli. I direttori poi possono anche indulgere in gesti nobili e simbolici, barricati come sono dietro sistemi di sicurezza molto più sofisticati di quelli della redazione di Charlie, ma di solito a pagare il prezzo più alto sono gli inservienti, le guardie, i custodi”. Un’esibizione di prudenza che non ci si aspetterebbe da un’intellettuale venuta fuori dalla sinistra, ma a ben vedere Paglia ha passato tutta la vita a combattere una élite che sbandierava la libertà come valore supremo; la femminista che combatte il dogma dell’uguaglianza dei ruoli e la lesbica che difende la differenza sessuale come base antropologica dell’occidente: “Guarda, sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighenzia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale della loro identità. La magnifica ricerca di significato, dunque religiosa e spirituale, degli anni Sessanta si è persa nella politica delle identità dei Settanta. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata un’atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi religioni?”.
Fatemi ubriacare con Marchionne, articolo di Giuliano Ferrara
Fatemi ubriacare con Marchionne
Prendere un cesso italiano, comprarne uno
americano sulla fiducia, intortare i massoni di Washington, cambicchiare
l’intorpidita Italia, e tutto partendo da Chieti non Mediobanca. Oltre
Rcs. Storia di Sergio, dreams of my managers
di Giuliano Ferrara
| 03 Marzo 2016 ore 19:25
Sergio Marchionne (foto LaPresse)
E’ di Chieti per nascita, e questo lo sanno
tutti. E’ canadese d’adozione, e questo lo sanno tutti. E’ svizzero di
residenza, Canton de Vaud, e questo lo sanno tutti. Non si intendeva di
automobili, ma di diritto finanza e management, e questo lo sanno tutti.
In poco più di dieci anni, chiamato da Umberto Agnelli alla guida della
Fiat mezza decotta, ha comprato la Chrysler, mezza decotta e anche di
più, con una trattativa fantastica, mediata da Obama e dalla sua
amministrazione neonata, e in parte l’ha comprata con i quattrini di una
superpenale pagata da General Motors per non aver mantenuto la promessa
di comprarsi Fiat, e questo lo sanno tutti. Ha risanato e rimesso in
piedi tutto quello che ha toccato, nonostante ovvii limiti nelle
strategie di investimento e di prodotto, e questo lo sanno tutti. Ha
lasciato ai sindacati italiani la tv e i talk-show, mettendoli in
minoranza nelle fabbriche; quelli americani, che sono meno classisti ma
pragmatici ossi duri e la tv la guardano la sera sonnecchiando, li ha
dovuti comprare a caro prezzo trattando su salari e condizioni di
lavoro, e questo lo sanno tutti.
ARTICOLI CORRELATI Ci voleva Marchionne Il destino del Sole 24 Ore precipita sulla corsa alla presidenza degli industriali. Tabù dei tabù La corsa utile a Confindustria La fusione che elimina i poteri forti Nasce un nuovo capitalismo Uscendone senza pietà, ha liquidato l’associazione padronale pigra e consociativa di cui Gianni Agnelli fu presidente quando venne firmato il patto scellerato sulla scala mobile dei salari, che annientava la contrattazione aziendale all’americana e eguagliava o appiattiva meriti funzioni professionali e redditi, e questo lo sanno tutti. Ha indotto un presidente del Consiglio a dire per la prima volta: non lamentatevi della cattiveria della Fiat verso il paese che è stato tanto buono e generoso con essa, domandatevi che cosa il paese può fare per non danneggiare il patrimonio d’industria e lavoro che è la Fiat, e questo lo sanno tutti. Ha sbaragliato un establishment che lo detestava e contava sui suoi nemici di classe per fotterlo; e ai capitalisti della chiacchiera e del prodotto rifinito in boutique non sono restate, dopo di lui, che vecchie abitudini viziose, e questo lo sanno tutti. Ora, anche grazie a lui e alle sue scelte strategiche, la famiglia di riferimento si internazionalizza, compra l’Economist e colloca la Stampa nel gruppo Espresso, e questo lo sanno tutti. Indossa maglioni che secondo foto recenti potrebbero essere non già del banale cachemirino ma dell’eroico marchio di lana shetland, e questo lo sanno proprio tutti.
E’ il riformatore segreto di questo paese. Secondo Marco Valerio Lo Prete, quanto a struttura del potere, a ruolo dei mercati, a integrazione globale di sistema, quanto a innovazione nel modo di essere della borghesia imprenditrice, ha fatto più lui di cento giunte della Confindustria e di cinque governi messi assieme. E’ un superman. Con Renzi sindaco aveva fatto una clamorosa litigata, e di sicuro ci sarà stato di mezzo il sulfureo Diego Della Valle, capintesta tra quelli che lo hanno disprezzato e denigrato, ma con Renzi pimpante a Palazzo Chigi non fanno che andare a letto insieme, cinici e spensierati, con grande scandalo della gente bene. Fummo marchionnisti da sbarco in tempi non sospetti, denunciavamo l’assedio goloso dei rottamandi al provinciale fattosi attore mondiale e Principe nuovo dell’automobile: era sotto il torchio dell’abile Mucchetti, subiva le geniali intemperanze di Riccardo Ruggeri, la stampa compresa la sua lo guardava a distanza quando non lo combatteva ideologicamente, non c’era salotto buono che non irridesse questo burino internazionale, questo ringard, questo goffo avvocato-manager che non ideava nuovi modelli di auto ed era tutto fuffa e finanza, e che si sperava sarebbe stato sistemato ben bene dal celebre oratore della Fiom, il focoso eruttivo Landini. Non è andata così. Poi magari Marchionne fallirà, sbaglierà, sarà congedato da un sussulto superlobbistico, chissà.
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Intanto però bisogna ammettere che Marchionne ha surclassato il
surclassabile. Come? Bè, adesso vogliamo sapere troppo. Darei tutto quel
che ho, tranne mia moglie, mio fratello, la tata e le mie canuzze, per
passare una notte da ubriachi con l’avvocato Marchionne, mentre il
senatore Mucchetti ci guarda col naso schiacciato dalla vetrina del
ristorante come la piccola fiammiferaia, magari anche a Chieti, ma vanno
bene Ginevra o Detroit o Montréal (il nostro è anche parente di Barney
Panofsky): alla quinta bottiglia conto mi venga spiegato nei dettagli
come si fa a prendere un cesso italiano, comprarne uno americano sulla
fiducia, intortare tutta la massoneria obamiana di Washington,
convincere i futuri elettori di Trump, spendere i loro soldi per poi
restituirli, cambicchiare un bel po’ l’intorpidita Italia, e tutto
partendo da Chieti anziché da Mediobanca o da Wall Street. Dreams of my
fathers, narrava Obama. Dreams of my managers, dico io.
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E’ il riformatore segreto di questo paese. Secondo Marco Valerio Lo Prete, quanto a struttura del potere, a ruolo dei mercati, a integrazione globale di sistema, quanto a innovazione nel modo di essere della borghesia imprenditrice, ha fatto più lui di cento giunte della Confindustria e di cinque governi messi assieme. E’ un superman. Con Renzi sindaco aveva fatto una clamorosa litigata, e di sicuro ci sarà stato di mezzo il sulfureo Diego Della Valle, capintesta tra quelli che lo hanno disprezzato e denigrato, ma con Renzi pimpante a Palazzo Chigi non fanno che andare a letto insieme, cinici e spensierati, con grande scandalo della gente bene. Fummo marchionnisti da sbarco in tempi non sospetti, denunciavamo l’assedio goloso dei rottamandi al provinciale fattosi attore mondiale e Principe nuovo dell’automobile: era sotto il torchio dell’abile Mucchetti, subiva le geniali intemperanze di Riccardo Ruggeri, la stampa compresa la sua lo guardava a distanza quando non lo combatteva ideologicamente, non c’era salotto buono che non irridesse questo burino internazionale, questo ringard, questo goffo avvocato-manager che non ideava nuovi modelli di auto ed era tutto fuffa e finanza, e che si sperava sarebbe stato sistemato ben bene dal celebre oratore della Fiom, il focoso eruttivo Landini. Non è andata così. Poi magari Marchionne fallirà, sbaglierà, sarà congedato da un sussulto superlobbistico, chissà.
http://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2016/03/08/8-marzo-boldrini-tricolore-a-mezzasta-per-il-femminicio-e-la-nostra-nazione-retorica-e-vana___1-vr-139162-rubriche_c305.htm
http://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2016/03/08/8-marzo-boldrini-tricolore-a-mezzasta-per-il-femminicio-e-la-nostra-nazione-retorica-e-vana___1-vr-139162-rubriche_c305.htm
http://www.ilfoglio.it/politica/2016/03/05/casaleggio-controllo-m5s___1-v-139074-rubriche_c596.htm
http://www.ilfoglio.it/politica/2016/03/05/casaleggio-controllo-m5s___1-v-139074-rubriche_c596.htm
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