mercoledì 16 marzo 2016

Commercio equo e solidale - Si svegliano i morti

Ah... sì sì sì. Ora che spunta l'appoggio monetario, ecco che ciccia il fatto. Tutti pronti a mangiare sul commercio equo e solidale. Fin qui, non se ne era accorto nessuno che la tutela dei consumatori andava presa in considerazione.
Quanti anni sono passati dalla diffusione di questo tipo di smercio...? Equo e solidale con chi, per chi? Viva le Indie, viva l'Asia, viva l'Africa... viva tu' nonno!
E i nostri agricoltori? Quanti cetrioli dovranno ancora farsi scivolare dentro...
Loro, al contrario: no TUT - ovvero, sanzioni a non finire e imposizioni di ogni genere.
Il punto è sempre lo stesso: con il sofferente 'Taliano nun se magna

L'Aula della Camera approva la prima normativa nazionale per la promozione e la disciplina del commercio equo e solidale, che in Italia è una realtà ormai significativa,...
ilmessaggero.it

Bunga Nulla

Bunga nulla

Riforme, testi, flash, patti, camere da letto, colpi di scena e ingredienti vari di un accordone che tiene

di Mario Sechi | 18 Luglio 2014 ore 19:53
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(foto LaPresse)
E adesso? Bunga Nulla. Alle 13 e 08 del 18 luglio 2014 sul monitor del pc compare la parola “assolto”. Flash. Quattro anni dopo, la procura di Milano resta incastrata nelle lenzuola della camera da letto e Berlusconi esce dalla casa di cura di Cesano Boscone con un sorriso da gattaccio e un doppio “grazie, grazie”. E’ il botto della settimana, un bengala gigante nella giungla vietnamita della politica italiana. S’aspettava la sentenza per dare sepoltura al fu Cav. e invece finisce con il colpo di scena del non-morto che esce dalla bara e comincia a ridere mentre tutto intorno si diffonde un allegro profumo di zolfo.

E adesso? Bunga Nulla. Il Patto del Nazareno non è più materia da buoncostume democratica, è sparito il peccato dei collant, ma è sempre più il collante di tutto quello che verrà. L’aveva detto, Silvio, martedì 15 luglio, che “va rispettato e datemi fiducia, questa è la riforma che vogliono gli italiani”. E se un lupo di mare come Gigi Zanda domenica 13 luglio dice “non temo gli ostruzionismi, ci sarà ampia maggioranza” allora vuol dire che la barchetta delle riforme va. Dovrebbe dare qualche dritta a Raffaele Fitto che deve essersi perso qualche passaggio e scrive, cribbio, una lettera aperta a Berlusconi: “Dov’è il Patto elettorale del Nazareno?”. Eccolo, appare sulle labbra di Maria Elena Boschi, capo della divisione panzer renziana, alle 19 e 11 al Caffè della Versiliana: “Per ora assolutamente sì, l’accordo terrà. Forza Italia si è comportata in modo molto responsabile, molto serio fino a oggi. Quindi mi auguro che si possa continuare così”. Tiene. Continua. Serio. Com’è soavemente cingolata, la Boschi.

ARTICOLI CORRELATI Abbiamo scherzato, siamo un partito. Metamorfosi vendoliana del M5s Berlusconi assolto. L'Italia non è un paese perduto Chi compra Italia e chi strilla in terrazza che il golpe è in corso Eravamo tutti puttane Essere Berlusconi non è reato E adesso? Bunga Nulla. Perché lunedì 14 luglio alle 11 e 17 il testo sulle riforme arriva in Aula al Senato e Roberto Calderoli certifica che “il testo è completamente diverso da quello del governo”, cioè dotato di un già robusto accordo politico e lui, perbacco, “ha dato una mano e anche… due vertebre” e dunque non sarà un patto tra invertebrati. Starà in piedi. Si vede che lo scheletro tiene quando alle 13 e 28 il Senato boccia le pregiudiziali di costituzionalità presentate dai grillini e quel che resta di Sel. E Renzi dov’è? Prepara il viaggio in Africa (parte oggi) e stringe i bulloni dell’accordo politico, mentre Grillo alle 19 e rotti si esercita sul suo blog nell’unica cosa che gli riesce, il lamento: “Vogliono sfasciare la Costituzione”. E’ martedì 15 luglio, è quasi mezzogiorno e sul mio taccuino non c’è ancora traccia di Giorgio e Matteo. Ma no, eccoli! Sono insieme al Quirinale e dunque come da comunicato delle 12 e 43 “Napolitano ha ricevuto Renzi”. Presidente e premier in officina, stringono i bulloni della riforma.

E adesso? Bunga Nulla. Berlusconi riunisce i gruppi parlamentari (è sempre martedì) e i malpancisti fanno pippa perché “sono stati fatti grandi passi avanti” e occhio che “ci sono i probiviri” per quelli che “creano difficoltà” (sorridente, ma l’ha detto) e Maurizio Gasparri mette il bollino della ragioneria realista con un “meglio questo accordo che il fallimento”. Tutto va bene. Anche perché Sel mercoledì 16 luglio presenta in Aula seimila emendamenti (sono in sette, al Senato) e il filibustering dei vendoliani finirà per favorire il governo. Tutto qui? No, alle 20 e 57 piove una nota ufficiale del Movimento 5 Stelle: Gianroberto Casaleggio non prenderà casa a Roma. Delusione tra gli immobiliaristi. Andiamo avanti. Renzi sta andando in streaming (ma a che serve?) e dice ai suoi: “Quest’anno poche ferie”. Silenzio glaciale del partito. In realtà, sottotraccia, emerge il vero tema da secchiello e paletta in spiaggia: le tasse. Passaggio delicato: “E’ chiaro che l’obiettivo è quello di ridurre il carico fiscale. Intanto pensiamo a semplificarlo”. Si vedrà. Sul Moleskine, tra i frammenti della porno-inchiesta dissolta, c’è un appunto in rosso: “Maria Elena. Senato. Presidenzialismo”. E’ una frase della Boschi, finisce sulla pagina di mercoledì 16 luglio, un colpo di tacco e di rimmel: “Non è il momento di parlare di presidenzialismo. Ora va portata a compimento questa riforma. Poi, una volta approvata, possiamo mettere a tema il presidenzialismo. Chiudiamo, poi apriamo un nuovo tavolo”. Chiudiamo. Apriamo. E dopo? Bunga Nulla.

Commento:
Stile ironico, efficace, che ben convoglia l'idea dello sfascio in cui siamo dannatamente invischiati. Attendo con ansia che il Popolo dei "non vedenti" prenda coscienza e reagisca in maniera determinata allo scempio. Sono anni che evoco il 1789. Avessi il comando di questo Paese tra le mani per un intero anno... io, da sola, da "cretina", troverei soluzioni che fin qui nessuno ha minimamente voluto prendere in considerazione, poiché il profitto, quello sporco, regna sovrano. Egregio direttore, Le fa i complimenti una che di buona scrittura, modestamente, se ne intende e dunque, dopo aver aperto il sito de "Il Foglio" a titolo di curiosità, oggi lo considera Il Quotidiano per eccellenza e che appena possibile sottoscriverà un abbonamento poiché la parola libera, intelligente e davvero, intellettualmente onesta, va sostenuta. firmato, oltre l'alias: laura onofri

Li lampionari a Roma

Sandro Boccia a Leggende romane LI LAMPIONARI
Li lampionari erano coloro ch’annavano in giro a spegne
o a accenne li lampioni de le strade de la Roma papalina
dell’800 e a batte puro l’ore, essine certo nun ce so’ fregne.
‘Sti giovinotti portavano ar collo ‘na longa pertica che in cima
ciaveva un gancio e ‘na fiammella a ojo ch’era protetta
da un cilindretto metallico bucherellato; se fermavano sotto
li lampioni e co’r gancio aprivano la varvola, fatta a lunetta,
der gasse e er lampione s’infiammava, co’ ‘sto modo de botto!
E così, ner longo giro, er lampionario accenneva a uno a uno er lume
e, come un incantesimo, se creava ‘na striscia d’oro lungo er fiume!

Grande pezzo in memoria di Ricossa, da Il Foglio 6 Marzo


Lezione agli intellò di sinistra. Da Redazione Il Foglio

Il maître à penser dei liberali-liberisti, controcorrente ante-marcia, si spegne. Ma ha seminato bene

 Riconoscere un tipico intellettuale di “sinistra” non costa alcuna fatica, perché egli si proclama tale ai quattro venti e fa lega solo con chi si proclama tale. Ogni altro intellettuale è per lui un essere inferiore, anzi non è un intellettuale affatto: è un “servo dei padroni” o peggio. Benché facciano mazzo fra loro, gli intellettuali di “sinistra” non mostrano di amarsi. Si premiano a vicenda, ma è un do ut des, solo uno scambio di decorazioni nobiliari: “Dammi la gran croce del merito sociale, e ti darò il collare dell’ordine della giustizia egualitaria”. Questo poi non impedisce loro di insultarsi. Così pure i nobili si sfidavano continuamente a duello; però rifiutavano di battersi con un plebeo, lo ritenevano indecoroso, e similmente gli intellettuali di “sinistra” non scendono a singolar tenzone con un uomo bollato di “destra”. Essi sembrano amare praticamente nessuno se non il proprio io, alla Narciso (fors’anche un po’ alla borghese?). Amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive, e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato. Irreggimentare il popolo, metterlo in fila, comandarlo, tutelarlo anche, ma come si tutelano i minori, finalmente farsi applaudire dal popolo: ecco le seduzioni di chi sta a “sinistra”. Seduzioni a cui è tanto più difficile resistere quanto più gl’intellettuali hanno origini lontane dal popolo. In tal caso, ci si può interessare al popolo come un socio della società per la protezione degli animali può interessarsi agli animali: con intensità e distacco. Il borghese generalmente non può: è ancora nel popolo o ne è appena “emerso” e non lo rinnega. Il populismo dell’intellettuale di “sinistra” non è segno di origine popolare, è segno del contrario. Ben inteso, anche a “sinistra” c’è chi resiste a quelle seduzioni. Per quanto gl’intellettuali di “sinistra” si compiacciano di erigersi a circolo omogeno ed esclusivo (“unitario”), per quanto si sforzino di somigliare a quei teologi che Huygens paragonava ai porci in quanto “se tiri la coda a uno, gridano tutti”, il borghese, a costo di scontentarli, deve distinguerli e separarli a uno a uno. Al solito, così facendo scoprirà, in mezzo a tanti collettivisti, qualche borghese autentico, che non sa di esserlo o lo sa anche troppo e lo nasconde. Fra chi inveisce contro la borghesia, scoprirà i sinceri e i truffaldini, i saputi e gl’ignoranti. Quel che mai il borghese deve concedere è che essi, gli intellettuali di “sinistra”, abbiano più autorità morale o scientifica o di qualunque altro genere per discutere di giustizia, democrazia, elevazione degli umili, progresso sociale, libertà. Non ce l’hanno soprattutto quando pretendono di averla e peccano di orgoglio o ipocrisia. Gli intellettuali di “sinistra”, questo sì, hanno messo a punto un loro linguaggio speciale, oscuro e suggestivo, per sentenziare su quei temi. Il “sinistrese” ne è la riduzione a gergo corrotto e ridicolo. Ma nelle forme superiori, il linguaggio di “sinistra” è uno strumento pericolosamente, subdolamente efficace. Grazie a ciò, ci volle più di un secolo, ci vollero molti lutti, per accorgersi che quasi tutta l’economia di Marx è un mero gioco di parole: più che un castello di carte, un castello di schede da vocabolario. I più perspicaci lo notarono fin dal principio, e tuttavia manchiamo oggi ancora di un metodo completo per demistificare qualunque verbosità del genere. Abbiamo delle note sparse qua e là, per esempio nei Sistemi socialisti del borghese Vilfredo Pareto, il massimo economista italiano, dove si smascherano regole “sinistre”. “Impiegare a favore della propria tesi solo termini associati a una idea di approvazione”. Le associazioni di idee valgono più delle deduzioni logiche. “Le definizioni più oscure sono le migliori. Esse sembrano estremamente profonde, e molti credono di vedervi cose meravigliose, che non esistono se non nella loro immaginazione. E’ semplicemente un caso di autosuggestione e allucinazione”. I termini astratti sono preferibili a quelli concreti: i primi ammettono la perfezione, i secondi no. Le contraddizioni sono lecite in nome della dialettica. Il modo migliore per non essere smentiti è affermare quanto non può essere sottoposto a verifica. L’insensato, ciò che manca di significato, è una delle cose più inoppugnabili dell’intellettualità. Naturalmente, l’arte di imbrogliare con le parole è antichissima e onorata dall’umanità in generale. Invero, non c’è ragione per non ammirare i grandi artisti in qualunque campo, purché non si spaccino per grandi scienziati, grandi filosofi. I trucchi retorici dei sofisti dilettavano i greci purché fossero onesti e dichiarati o sottintesi, innocenti come quelli degli illusionisti o prestigiatori a teatro. Protagora chiedeva ai suoi allievi di pronunciare l’elogio di una cosa qualsiasi e immediatamente dopo la denigrazione della stessa: insegnava perciò a vaccinarsi contro la credulità, la seduzione verbale tanto simile alla seduzione musicale, ma assai più rischiosa. Oggi dobbiamo temere che l’arte si applichi a fini scorretti, e che non si osi denunciarla perché è una grande arte. Pareto cita alcuni brani di Hegel come questo: “Lo Stato è realtà dell’Idea morale, lo spirito morale in quanto volontà sostanziale, apparente, chiara a sé stessa, che si pensa e si sa, e che compie ciò ch’essa sa, nella misura in cui lo sa”. Pareto è Pareto e non teme di dire: “Tutto ciò è incomprensibile e somiglia alle allucinazioni di un sogno”. Ma innumerevoli altri non hanno questo coraggio, altri ancora trovano conveniente per sé imitare lo stile hegeliano, che nel frattempo è divenuto lo stile universale di chi vuole passar per colto al minimo costo. Non solo per suo mezzo si spaccia qualunque idea: di più, si fa “cultura” senza idee. Basta imparare a memoria l’apposita lingua intellettuale, e farla suonare, ciò che è alla portata di tutti, diversamente dalla genialità o anche solo dall’intelligenza. “Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità” (Sciascia).

Il non cretino di “sinistra” ama farlo credere, e ci guadagna. Come tutti i dogmatici, ama la cavillatio. Il borghese, che voglia difendersi o meglio attaccare, farà bene a lasciare agli avversari l’arte del bla-bla-bla. Non è arte per lui. Nel carattere borghese c’è un gusto insopprimibile per la concretezza, che è poi quanto gli fa prendere sul serio l’individuo (la realtà) e non il collettivo (l’astrazione). Appunto, eserciti questo gusto e non prenda sul serio la logorrea degli intellettuali di “sinistra”, non se ne lasci invischiare. Ne rida, la collezioni negli stupidari, quando ne incontra un campione ragguardevole. La studi col solo scopo di esprimersi nello stile opposto il più possibile. Miri alla chiarezza, e le sacrifichi i fronzoli; miri alla semplicità, a costo della semplificazione. Segua la lingua di Machiavelli, che della sua opera diceva: “Io non l’ho ornata né ripiena di clausule ample, e di parole ampullose e magnifiche, e di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare; perché io ho voluto o che veruna cosa la onori, o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata”. Ammiri la saggezza della Royal Society, che in un secolo di preparazione alla borghesissima rivoluzione industriale si preoccupava di creare una lingua rapida e precisa, e consigliava per esercizio di ridurre un testo di dieci pagine a dieci frasi di poche righe.

Il buon borghese sa fare economia anche di parole, anche di sillabe, come raccomandava Herbert Spencer (quello della privatizzazione della moneta), che nella Philosophy of Style giudicava a questo scopo le parole sassoni meglio delle latine (oggi vorrei aggiungere: le latine meglio delle tedesche). Quello stesso Spencer che preferiva le parole specifiche alle generiche (“la bottiglia” meglio che “il bere”), e lodava la sineddoche (la parte per il tutto), sempre a caccia di quanto si possa afferrare più facilmente e sicuramente. Ma perché cercare lontano, se vicino a noi abbiamo la lingua di Machiavelli? “Gli uomini ancora, di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattei diventarono”: l’argomento, la morale, lo stile, qui tutto riguarda l’individualismo, tutto è borghese (ma Machiavelli non è sempre così, purtroppo). La quadratura mentale porta spesso il borghese alla quadratura dei conti. “Per avere una certezza vale più una misura che un sistema filosofico”, diceva il borghese Vittorio G. Rossi, che pure a suo modo era filosofo. Si possono perciò amare i numeri più delle parole, ma che siano dati contabili verificati, non invenzioni della fantasia. La borghesia non inventa i numeri, le basta di avere inventato il concetto di numero tanti secoli fa, in Mesopotamia, per commerciare meglio il bestiame e il grano. Da allora, le grandi epoche borghesi sono state epoche di contabilità e di statistica, di matematica e di scienza. Misurare per conoscere è obiettivo comune del borghese e dello scienziato. L’Italia e la Gran Bretagna forniscono ottimi esempi. Nel XIII secolo il mercante pisano Leonardo Fibonacci introduceva in Occidente la numerazione decimale e iscriveva il suo nome nella storia della matematica con alcuni ingegnosi giochi numerici. La contabilità moderna fu illustrata dai mercanti italiani del Rinascimento, quelli che l’Alberti consigliava di “sempre avere le mani tincte d’inchiostro”, e teorizzata da Luca Pacioli nel 1494 quale parte dell’aritmetica e della geometria. Leonardo da Vinci, amico di Pacioli, si scomodò a disegnargli le figure: lo ricordino coloro che oggi disprezzano la ragioneria. Più tardi, dal Seicento al Settecento, la Gran Bretagna dei mercantilisti, covando la rivoluzione industriale, fu percorsa simultaneamente dalla mania degli affari e della matematica. Newton stesso, dopo aver ridotto in numeri l’universo, si diede a speculare in un altro senso, nel senso di giocare in borsa: una progetti inconsistenti, ma la libertà e l’opinione pubblica davano ampio spazio a tutti i progettisti. Nessuno condannava l’inventiva e il senso degli affari, l’intraprendenza e la voglia di arricchire. Per confronto, sia concesso di dire che nell’Italia odierna, dove lo spirito borghese è avvilito, molti studenti delle facoltà di economia e commercio non sanno nemmeno più calcolare una percentuale. Quanto agli imprenditori, si sa che la “sinistra” resiste male alla tentazione di sputacchiarli. Così pure, e peggio degli studenti di economia e commercio, certi intellettuali di “sinistra” tanto più disprezzano la matematica o la statistica quanto meno la conoscono. O se non la disprezzano, la usano slealmente ogni volta che si lasciano trascinare dal collettivismo in una lotta antiborghese senza escludere i colpi bassi. La matematica, ahinoi, si presta ai colpi bassi. C’è un “terrorismo matematico”, che consiste nello spaventare l’avversario sparandogli contro raffiche di equazioni, derivate, integrali, logaritmi, matrici, teoremi e corollari. Gli economisti ne sanno qualcosa. Esecrabili errori e sofismi economici e politici si nascondono dietro fitte cortine di formule, che non si possono penetrare se il lettore non si arma di pazienza, tempo e competenza; ma chi ha imbrattato la carta di spauracchi matematici conta proprio sul fatto che il lettore non abbia pazienza, tempo e competenza, sicché “beva” le conclusioni meno potabili come se fosse Einstein a garantirle. Il buon borghese, tuttavia, non si lascia impressionare, e ricorda con simpatia il “breviario” di Alfred Marshall: “Primo, usa la matematica piuttosto come un linguaggio stenografico, che come la molla della ricerca; secondo, attienti alla matematica solo finché giungi ai risultati; terzo, traduci poi i risultati in buona lingua; quarto, illustrali con esempi che abbiano importanza e che riguardino la vita reale; quinto, brucia quindi la matematica; sesto, se il punto quarto non ti riesce, brucia tutto”. Di questi falò bisognerebbe vederne maggiormente in giro.

Considerazioni analoghe valgono per la statistica, che alcuni giudicano peggio dello spergiuro. E’ indubbio che con le cifre si può mentire come con le parole, o se non mentire confondere nelle medie le varietà preziose alla borghesia. Per questo è bene diffidare della cosiddetta macroeconomia, dove si fa di ogni erba un fascio: il buon borghese preferisce la microeconomia, che non dimentica mai l’individuo all’origine di ogni fatto sociale. Ma il peggior uso della statistica è quando la si dedica a fini retorici o propagandistici, non per sapere, bensì per far credere ai semplicioni. Allora, le cifre si staccano dalla realtà e si agitano come fantasmi. Peggio per chi crede ai fantasmi: i borghesi non ci credono, vogliono sempre toccare. I borghesi hanno un tale interesse per la fisica, che non hanno quasi più tempo per la metafisica, a meno che sia eccellente. Al contrario, gl’intellettuali di “sinistra” fanno indigestione di metafisica, senza troppo badare alla qualità. […] Come dice Popper a proposito della teoria marxiana del valore, “l’‘essenza’ platonica si è totalmente dissociata dall’esperienza”, eppure la favola che ne risulta ha ammaliato generazioni di intellettuali di “sinistra”: quanto più li avvince è precisamente lo stesso che ai borghesi ripugna in sommo grado, è il leggendario, il mitico, il magico. Mentre i borghesi sono per la vista, gli intellettuali essenzialisti sono per la visione. Arrivati all’”essenza”, si tratta di definirla con parole acconce, evocative e intimidatrici, poi di teorizzarla mediante un sistema vasto e complesso il più possibile di proposizioni o anche di teoremi matematici. La fabbrica del nulla produce scatole rigorosamente vuote, però difficili da aprire, di forma pretenziosa e artificiosa, e sovrapposte così da formare vaste architetture, che si estendono fino a occupare ogni angolo della cultura. Il borghese che vi capiti in mezzo può sentirsi prigioniero fra mura di macigno, sulle quali legge la sua condanna. E invece, per poco che si attenga ai suoi principi senza tentennare, egli si accerta che è macigno di cartapesta, capace di imprigionare solo chi ama la prigione. E’ così; sebbene vi sia una potente industria culturale di “sinistra” che sa difendere con abilità quell’architettura, certo con più abilità di quella mostrata dall’industria culturale borghese per attaccarla. Specialmente in Italia, può succedere che la borghesia distratta o imbelle faccia passare direttamente dalla tipografia ai remainders una grande opera di pensiero liberale come La società libera (The Constitution of Liberty) di Hayek, o attenda trent’anni per tradurre La società aperta e i suoi nemici di Popper, altro capolavoro del genere, che nessuno dei nostri grossi editori ha saputo “scoprire”. E’ il motivo per cui il buon borghese sospetta giustamente che editori e tirature siano grossi per conformismo, e in biblioteca, pur senza esser dandy, egli ha un debole per il raro, l’appartato, l’inopinato. Anche le “scoperte” sa farsele da sé.

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/07/in-memoria-di-ricossa-liberale-e-perfino-referendario-quando-servì

 
Articolo del 7 Marzo 2016

Mercoledì sera, a ottantotto anni e dopo una lunga malattia, è scomparso l’economista liberale Sergio Ricossa. Nato a Torino nel 1927, si laureò con Arrigo Bordin nel 1949 e divenne professore nell’Università del capoluogo torinese nel 1964. Collaborò col Centro studi dell’Unione Industriale, diretto allora da Augusto Bargoni, e partecipò alla nascita del Centro Einaudi. Fin da giovane divenne amico di Bruno Leoni che lo introdusse alla Mont Pelerin Society, la società di studi liberali fondata da Friedrich von Hayek. Più tardi fu editorialista della Stampa e del Giornale diretto da Indro Montanelli. Alla metà degli anni 90, incrociò anche l’iniziativa politica radicale: negli archivi di Radio Radicale, attraverso il sito web, è disponibile infatti l’audio di alcune manifestazioni cui Ricossa partecipò in quanto presidente del Comitato “Tre No per tre referendum”. Nel 1995 anche i Radicali si schierarono per il “no” alla modifica della Legge Mammì proposta da alcuni partiti della sinistra; occorreva dire tre “no”, spiegava allora Ricossa, perché “in realtà – modificando questa legge, ndr – si vuole ritornare al monopolio della tv di Stato in mano ai partiti. E' profondamente ingiusta la volontà di penalizzare le televisioni commerciali che, senza nessun obbligo e costo per l'utente, sono protagoniste dell'ampiezza e della varietà dell’offerta televisiva”.

L’Istituto Bruno Leoni qualche anno fa ha ripubblicato uno dei libri più politici di Ricossa, intitolato “Straborghese” e uscito per la prima volta nel 1980 grazie all’Editoriale Nuova. Proprio in quell’anno, mentre i terroristi di Prima Linea uccidevano un dirigente dell’azienda Icmesa, Paolo Poletti, i brigatisti ammazzavano il vicepresidente del CSM Vittorio Bachelet e poi il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, Ricossa scriveva questo libro in cui osservava: “Ogni discorso sulla borghesia incappa fin dal principio nella difficoltà di non sapere mai bene chi siano i borghesi. È infatti assai più facile, oggi, trovare chi sia disposto a ucciderne uno che chi sia disposto a definirli con precisione”. Per Ricossa è errato pensare alla borghesia come a una “classe sociale”: “La borghesia è invece un tipo umano, è un carattere, e forse il più adatto a parlarne è il romanziere o il commediografo”.

Lascio la parola a Ricossa: “Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé. I tratti principali per riconoscerlo sono l’individualismo, lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita. Sconfina nell’eccentrico, nell’avventuriero, o egualmente bene nel martire, eccezionalmente. Martire fu, appunto, Tommaso Moro; 'decapitato (scrive Praz) per tener fede alla propria coscienza', contro l’acquiescenza, 'che Enrico VIII, il re toro, pretendeva non già per motivi religiosi, ma solo per poter ripudiare una vacca in favore di un’altra'. Avventuriero fu Casanova, di cui il principe di Ligne diceva: 'È fiero perché è nulla'; fierezza che lo fa esclamare: 'L’uomo nelle sue relazioni intime e morali non deve conto delle sue azioni se non a sé stesso quaggiù, e dopo morte a Dio'. Ma il borghese normale è un moderato, che diffida sia dell’eroismo, sia della mancanza di scrupoli. Sa che sovente 'l’eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede' (Elémire Zolla). Il borghese non accetta le caste, ma neanche l’egualitarismo. Nel Settecento lo sentiamo dichiarare: 'Gli uomini nascono eguali', ma il significato è soltanto che non conta nascere nobili o plebei. Conta quello che si fa della propria vita. Il borghese crede nella gerarchia, non nelle classi sociali: la sua gerarchia è individuale. Non sente la solidarietà di classe, perché anzi è abituato alla concorrenza coi suoi pari. Sente poco la solidarietà in generale, perché pensa che se egli si fa da sé, senza aiuti, tutti debbano farsi da sé. Lottatore, nega tuttavia la 'lotta di classe'. Non s’intruppa volentieri nemmeno per ricavarne vantaggi.

(…) 'Bottegaio, affarista': così lo ingiuriano. Ma il successo gli piace assai più del denaro. Il denaro è per lui importante solo perché è un segno del successo, oltre che una garanzia di indipendenza: perciò il borghese lo cerca, l’accumula. Col cervello, però, non col cuore (segue la raccomandazione di Swift). Secondo le regole borghesi, chi ha, è. 'Avido, avaro', dice la gente. Eppure il borghese si contenta spesso di pochi agi, ed è generoso nei doni, che testimoniano il suo successo. A Firenze, il Duomo, Santa Croce, Santa Maria Novella furono costruite con le donazioni dei grandi borghesi locali. Oggi, la borghesia dona ai musei, alle università, agli ospedali; almeno finché non le si dice che il mecenatismo e la beneficenza sono cose riprovevoli. (Ma si vede raramente che un antiborghese rifiuti i milioni offertigli da un borghese).


(…) Fu Marx a dire: 'La borghesia ha avuto da svolgere nella storia un compito sommamente rivoluzionario'. Il borghese crede che il mondo sia sempre da cambiare, da migliorare: non si contenta mai, non si rassegna. Ma sempre su scala individuale, senza vaneggiare di palingenesi sociali. Se fa le palingenesi è senza pianificarle: le ottiene senza premeditazione, come somma di innumerevoli atti indipendenti di innumerevoli individui liberi; gradualmente, a tentoni, e di solito sono le uniche palingenesi non catastrofiche. Gli piace creare, non demolire, si sente artefice, e in questo non differisce dall’artista. I critici lo accusano di emarginare la sensibilità, la fantasia, l’utopia, per lasciar posto alla razionalità. La questione è più complicata: il borghese crede di essere razionale anche quando non lo è. Un grande imprenditore italiano, oltre che propugnare l’uso dei metodi americani più avanzati di management, non assumeva un collaboratore senza prima conoscerne l’oroscopo. D’altronde, se fosse stato del tutto razionale, avrebbe forse fatto il burocrate, non l’imprenditore, e per giunta in Italia".

giovedì 28 gennaio 2016

risposta a un commento su Facebook.








Mimì, si tolga gli occhiali che magari finisce col "vederci" meglio, soprattutto... fra le righe.
La Maraini, a prescindere dal talento, come tutta una fascia di "intellighenzia", si è arrampicata sulle liane della Sinistra altrimenti anche per lei le porte sarebbero rimaste chiuse. Forse. Poiché non suffice essere bravibravissimi, necessita appoggio, principalmente, se non esclusivamente, a Sinistra. E Sinistra fa rima con... per dirne una... Co-op rosse... E Co-op rosse fa rima con corruzione e profitti illeciti. E profitti illeciti fa rima con collusioni a livelli internazionali perfino impensabili. E questi fanno rima col voler sospingere maree di futuri schiavi da sfruttare a basso costo nel Nord Europa.
Ma purtroppo per chi contava di farla franca, i territori sono circondati dal mare e la loro estensione occupabile è pur sempre limitata e tale limitazione - a prescindere da miriadi di altre considerazioni - costituisce appunto, il limite. Ed essere ristretti e confinati entro i limiti, quando si è in troppi e tanto diversi - e tali si rimarrà - produce sangue.

Riflessioni sul concetto di peccato





Il seme dell'idea stessa di peccato non nacque contestualmente all'Uomo. Esso era tuttavia già nell'intenzione del Deus ex machina.

Nella tradizione cristiana, ad esempio, l'Uomo giunse a manifestazione in stato di innocenza. Ma una forma di ciò che potremmo paradossalmente arrivare a definire qual stramba perversione, costrinse Adamo ed Eva a considerare peccato la percezione dell'altro, con l'aggravio di essersi voluti spingere, pionieri e impavidi - al fine di acquisire conoscenza - oltre i limiti volutamente e grottescamente imposti.

Il risveglio delle loro coscienze scatenò il primordiale, terrificante sconvolgimento di una Creazione generata immobile a guisa di imperfetto, egoistico riflesso di qualsivoglia Idea di Vita. Se la Creazione si fosse fermata a quello stadio, il Deus sarebbe rimasto un drago dormiente. Non felice, poiché privo di confronti, ma nemmeno rabbioso. Statico e dunque deprivato di motivazione alcuna, in un senso o nell’altro, positivo o negativo. L’incarnazone di un’ameba.

La Creatura, al contrario, come spesso indicano storie e miti, sfuggì all’immobilismo attraverso le maglie del desiderio di spezzare la morsa dei confini imposti.

In conseguenza di ciò, i due interpreti della prima tragedia umana furono marchiati col fuoco del tradimento, che li volle imporre all'immaginifico collettivo, come eternamente infami e ramenghi.

Nella linearità dei fatti i due esseri furono bollati per aver ardito sperimentare il soffio di una procreazione promanante da essi stessi, sospinti dal desiderio di sperimentare la Vita, partecipando di quell’afflato di propria volontà piuttosto che come pedine.

Urgeva l’invenzione di una morsa psicologica entro cui costringere lo strumento creato e farlo sazio di una satolla quiete.

E qual leva più possente del tarlo divorante del senso di colpa sapientemente instillato e dello sperdimento, con conseguente senso di prostrazione e assoggettamento che esso genera?

Il necessitante ribollì nel magma di un’imprevista forma di creazione, e divenne carnefice. Ma anche qui, poiché la suprema Arte è Rotonda, egli in qualche modo soccombette e nelle sue viscere si scatenò la sempiterna fame di un Moloch.

Soccombette a se stesso e allo spirito di libertà che, inatteso e affatto previsto, animò la creatura creata.

Seppur dicesi maya il girovagare dell'Uomo attraverso spazi e tempi insondabili, alla ricerca forse - a seguire il filo delle tradizioni religiose - di una luce perduta, a ben vedere, non meno qual maya potremmo considerare la bolla senza vita che in primis imprigionò la Creazione, sotto forma di illusoria felicità.

Illusoria, poiché ben sappiamo che non v'è discernimento, laddove manca il metro di paragone. Niente felicità senza consapevolezza. Vita apparente.

L'immobilismo non genera energia, dunque, è assenza di vita per antonomasia. Mero oggetto di un desiderio antropofago. Orgia di un Potere. Imperfezione per eccellenza.

Nacque allora, il senso del peccato, per induzione. Il deus fu scosso dalla necessità di possedere. Emerse, col suo stupore iroso, l'Ego del Potere, e accecato e altezzoso, volle scatenare il Caos.

Non mi sono mai spiegata il concetto della perfezione di un Dio che avrebbe creato l'Uomo a propria immagine e somiglianza benché a Lui inferiore, e perdipiù, per scopi apparentemente tanto meschini: essere servito in questa vita e adorato nell'altra (ma diciamo che l’infelice semplificazione degli umani rende il concetto praticamente ridicolo). Possibilmente, come da copione già da Lui stesso programmato, servito nel dolore, nella malattia e, di rado, in qualche forma di precaria felicità. In pratica, un essere pensante tenuto a freno col morso e dunque sottomesso.