mercoledì 16 marzo 2016

Contro il fascismo di sinistra, articolo di Mattia Ferraresi

Contro il fascismo di sinistra

L’occidente politicamente corretto è un élite vuota e secolarizzata che si crede eterna, dice Camille Paglia
di Mattia Ferraresi | 06 Febbraio 2015 ore 13:17
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“Quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi religioni?”, dice Camille Paglia. Nella foto Norman Rockwell, “Freedom of Speech”, 1943
New York. Camille Paglia combatteva il politicamente corretto quando ancora non esisteva. C’era la cultura perbenista e censoria che veniva dagli anni Cinquanta, ma non esisteva ancora l’invisibile polizia del linguaggio del “fascismo di sinistra”, come lo chiama lei, che tracciava il confine fra il legittimo e l’illegittimo nel discorso pubblico non sulla base di un ben perimetrato codice morale, ma intorno alle linee incerte della libertà individuale. Non è con la coercizione che il politicamente corretto si è insediato. E’ stato un docile golpe culturale nel nome dell’uguaglianza, articolato con il linguaggio accondiscendente dei diritti, non imposto con il manganello della buoncostume. E’ lo strumento di protezione degli indifesi, dei più deboli, delle minoranze oppresse, dicevano i suoi difensori, e l’argomento potrebbe essere ripetuto anche da Mark Zuckerberg per giustificare l’esclusione da Facebook dei testi che contengono la parola “frocio” (termine che compare in questo articolo al solo scopo di sfruculiare l’ottuso algoritmo).

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Paglia è passata in mezzo a tutte le fasi della guerra del politically correct. Faceva il primo anno di università nello stato di New York quando gli studenti di Berkeley guidati da Mario Savio manifestavano per la libertà di parola, gettando i semi della controcultura; in tasca aveva sempre una copia di “Howl” (“la mia bibbia”, dice) il poema di Allen Ginsberg censurato per oscenità. Nel 1957 la polizia aveva perquisito – e contestualmente devastato – la libreria di San Francisco che con inaccettabile affronto aveva continuato a vendere il volume; nei primi anni Novanta, quando il politicamente corretto si è coagulato in un sistema di regole per lo più non scritte, diventando convenzione dopo essere stato pulsione, la femminista contromano era sulla copertina del New York magazine con uno spadone medievale davanti al Museo d’arte di Philadelphia: una “women warrior” a presidio della libera cittadella della cultura contro gli attacchi del politicamente corretto.



Camille Paglia


Non che lo schema del politicamente corretto oggi sia stato superato, anzi. Nella sua veste più minacciosa di “hate speech”  – un politicamente corretto con il turbo – il canone che regola l’indicibile nel discorso pubblico è diventato pervasivo e meccanico, s’è infiltrato nella rete sotto forma di cavillosi termini d’uso che si accettano senza leggere; nelle università americane è sempre più frequente il fenomeno del “disinvito” di oratori che possono offendere la sensibilità di qualche gruppo minoritario; sul giornale di Harvard lo scorso anno una studentessa suggeriva di abbandonare la finzione della “libertà accademica” e di selezionare in modo finalmente esplicito quali eventi approvare e quali no sulla base della compatibilità ideologica con una certa tavola di valori che l’università di fatto promuove (e a parole nega). Il massacro islamista nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha rinfocolato il dibattito sulla libertà di espressione e sui suoi limiti. Per qualche settimana siamo stati tutti Charlie, poi l’occidente benpensante è tornato al suo business as usual: il New York Times non ha pubblicato le vignette di Maometto per non offendere i lettori musulmani, Facebook le ha censurate per non far arrabbiare il governo turco e l’editorialista David Brooks ha fatto notare un’indiscutibile verità: un giornale come Charlie Hebdo “non sarebbe durato trenta secondi” in qualsiasi università americana. Si sarebbero sollevate proteste indignate, minoranze offese avrebbero manifestato e finanziatori altrettanto offesi avrebbero protestato con argomenti molto più convincenti.

Lo stesso magazine che ritraeva Paglia fra armature medievali quasi quindici anni fa ha pubblicato di recente un saggio sul politicamente corretto di Jonathan Chait, opinionista di tendenza liberal, di cui il Foglio ha dato conto la settimana scorsa. Chait si scaglia contro la dittatura del politicamente corretto e per capire che ha messo il dito in una piaga insanguinata del dibattito basta leggere alcune delle violente reazioni all’articolo da parte di esponenti di minoranze e sottoculture che esigono protezione da parte della polizia del linguaggio. Il ragionamento dei critici suona così: Chait può permettersi di attaccare il politicamente corretto perché è un maschio-bianco-etero-ricco, se soltanto uscisse per un attimo dalla bolla di privilegio sociale in cui vive capirebbe che le regole per non offendere le minoranze sono un bene sociale imprescindibile. Questo tanto per dire dove può portare la foga iconoclasta del movimento anti-anti-politicamente corretto, che legge qualunque episodio come figura dell’universale dialettica fra oppressori e oppressi.

Il cuore del saggio di Chait, però, era il tentativo di dimostrare che il politicamente corretto non è figlio del liberalismo, ma ne è una perversione, un tradimento introdotto dalla sinistra radicale d’impostazione marxista e inclinazione totalitaria. Nello schema di Chait c’è una sinistra buona e liberale che disprezza la correttezza politica e innalza monumenti al “free speech”, e una sinistra cattiva che con un rasoio ideologico raschia via dal discorso pubblico ciò che è incompatibile con il suo pensiero, e usa come scusa la difesa delle minoranze.

La guerriera Camille Paglia prende a spadate questa rapresentazione, e in una conversazione con il Foglio ripercorre la genesi del politicamente corretto in seno (e non al di fuori) alla rivoluzione liberale: “La libertà di espressione era la vera essenza, l’anima della politica di sinistra degli anni Sessanta, che reagiva al conformismo e alla censura degli anni Cinquanta, alla quale si opponevano già prima gruppi radicali underground, i poeti Beat e gli artisti di San Francisco e del Greenwich Village. La libertà di espressione è sempre stato il mio principio e la mia motivazione centrale, parte dell’eredità dei filosofi dell’illuminismo che hanno attaccato con forza le autorità religiose e i privilegi di classe. Proprio per questo è stato incredibilmente scioccante per me il momento in cui i liberal americani hanno abbandonato il ‘free speech’ negli anni Settanta e hanno inaugurato l’èra del politicamente corretto, per la quale soffriamo ancora oggi. Invece di difendere il vibrante individualismo degli anni Sessanta, la sinistra è diventata una polizia del pensiero stalinista che ha promosso l’autoritarismo istituzionale e ha imposto una sorveglianza punitiva delle parole e dei comportamenti”.

La sottesa analogia con la dinamica che dalla rivoluzione giacobina e ai suoi ideali di liberté ecc. conduce al terrore è certamente politicamente scorretta, e Paglia da sempre mischia maliziosamente il registro dell’analisi a quello della provocazione (solitamente quando l’interlocutore pensa si tratti di provocazione in realtà è il frammento di un ragionamento calmo e lucido), rimane da spiegare il perché, e forse anche il come. Perché la sinistra ha abbandonato le sue aspirazioni di libertà per rintanarsi nel fascismo di sinistra? “Per capirlo – dice Paglia – dobbiamo innanzitutto esaminare il fallimento della sinistra nel comunicare e capire la maggioranza dell’America, il mainstream. Il documentario ‘Berkeley in the Sixties’, uscito nel 1990, mostra una serie di errori strategici fatti dalla sinistra, che, ad esempio, ha deciso di associarsi a movimenti che promuovevano il disordine civile. Questo ha portato a una reazione culturale fortissima, la quale ha contribuito al risultato delle elezioni del 1968: Richard Nixon è diventato presidente, ed è nato un enorme movimento conservatore a livello nazionale”.

Così la destra è riemersa sulla scena politica grazie alle contraddizioni interne della sinistra, mentre i liberal scottati dal l’arrivo di Nixon “si sono infiltrati nelle università”. Erano i primi anni Settanta, ricorda Paglia, “proprio quando ho cominciato a insegnare”. Questa sinistra che si è riversata nell’accademia “ha fatto pressioni enormi sugli organi di governo dei college per introdurre cambiamenti di sistema che poi sarebbero diventati la struttura base su cui è stato costruito tutto l’edificio del politicamente corretto: sono nati dipartimenti autonomi e autogestiti di studi femminili, studi afroamericani, chicano eccetera. Questi programmi ispirati dalla ‘politica dell’identità’ erano basati innanzitutto sull’ideologia, non su standard di qualità in termini di ricerca. I professori venivano assunti in quanto ‘true believer’ e il dissenso da un codice approvato non era tollerato. Ero orripilata dai rigidi dogmi e dalla mediocrità intellettuale di tutto questo: oggi è la routine dell’accademia americana”.

I dipartimenti umanistici sono stati occupati dai discendenti della sinistra illuminata e liberale, non soltanto dai radicali marxisti, i quali invece occupavano inespugnabili e tuttavia isolate roccaforti universitarie. “Nei decenni – continua Paglia – i pensatori indipendenti che cercavano di fare carriera nelle humanities sono stati cacciati dalle università. Ho avuto a che fare con questo fascismo dottrinario in tutti i modi possibili. Esempio: il mio primo libro, ‘Sexual Personae’, che criticava l’ideologia femminista convenzionale, è stato rifiutato da sette editori prima di essere pubblicato nel 1990, nove anni dopo che avevo finito di scriverlo. Per fortuna quello era un momento in cui si stava discutendo del politicamente corretto sui media per via di certi codici linguistici imposti da università tipo la University of Pennsylvania. Non mi è dispiaciuto quando il magazine New York ha deciso di dedicarmi la storia di copertina, anzi se devo dire la verità l’idea della spada è stata mia”.

A quel punto, però, i dettami del politicamente corretto avevano penetrato a tal punto la cultura che i giornali di sinistra accusavano Paglia di essere una conservatrice (“accusa isterica che non aveva alcun senso: avevo appena votato per l’attivista ultraliberal Jesse Jackson alle primarie democratiche, sono ancora registrata per il Partito democratico e ho sostenuto, anche finanziariamente, il Green Party”) e la ragione della reazione convulsa, spiega, è semplice: “La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare. Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico. Questi meschini e arroganti dittatori non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alla loro. Il loro sentimentalismo li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera. La sinistra americana è un mondo artificiale prodotto dalla fantasia, un ghetto dove i liberal si parlano solo con altri liberal. Penso che la divisione politica fra destra e sinistra sia moribonda e vada abbandonata, abbiamo bisogno di categorie più flessibili”.

Il “free speech” è un concetto morto nel cuore della sinistra, ma a morire, più tragicamente e meno concettualmente, sono anche i vignettisti che disegnano Maometto per rivendicare la libertà d’espressione. In America molti giornali mainstream non hanno voluto ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo, cosa pensa di tale scelta?

“Dato che le vignette di Charlie Hebdo erano disponibili in rete, non capisco perché i grandi giornali avrebbero dovuto ripubblicarle, esponendo i loro staff a potenziali pericoli da parte di fanatici senza scrupoli. I direttori poi possono anche indulgere in gesti nobili e simbolici, barricati come sono dietro sistemi di sicurezza molto più sofisticati di quelli della redazione di Charlie, ma di solito a pagare il prezzo più alto sono gli inservienti, le guardie,  i custodi”. Un’esibizione di prudenza che non ci si aspetterebbe da un’intellettuale venuta fuori dalla sinistra, ma a ben vedere Paglia ha passato tutta la vita a combattere una élite che sbandierava la libertà come valore supremo; la femminista che combatte il dogma dell’uguaglianza dei ruoli e la lesbica che difende la differenza sessuale come base antropologica dell’occidente: “Guarda, sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighenzia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale della loro identità. La magnifica ricerca di significato, dunque religiosa e spirituale, degli anni Sessanta si è persa nella politica delle identità dei Settanta. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata un’atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi religioni?”.


Michel Houellebecq nel suo libro “Sottomissione” parla esattamente dell’assenza di un’alternativa secolare all’altezza dell’immaginario religioso, che finisce per affermarsi nella vuotà libertà dell’occidente perché porta un surplus di significato. Paglia non ha letto il libro dello scrittore francese né lo farà. Nessuna antipatia particolare, soltanto “non leggo romanzieri contemporanei”. E qui Paglia s’infervora: “A meno che non abbiano una diretta esperienza da zone di guerra, gli scrittori odierni non hanno nulla da dirci sulla crescente instabilità del mondo di oggi. Cosa sa esattamente Houellebecq del presente a parte quello che tutti leggiamo sui media? Per capire il presente leggo sempre testi di storia e religioni comparate. Siamo in un periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente ‘libero’ pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che valorizzava il martirio. L’occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi? Può  anche essere che il vecchio conflitto con il mondo islamico sia il fattore primario nel determinare la storia nel prossimo secolo. Ma non possiamo capire cosa sta succedendo senza tornare alle nostre radici culturali e ricostruire un senso di rispetto per la religione”.

Fatemi ubriacare con Marchionne, articolo di Giuliano Ferrara

Fatemi ubriacare con Marchionne

Prendere un cesso italiano, comprarne uno americano sulla fiducia, intortare i massoni di Washington, cambicchiare l’intorpidita Italia, e tutto partendo da Chieti non Mediobanca. Oltre Rcs. Storia di Sergio, dreams of my managers
di Giuliano Ferrara | 03 Marzo 2016 ore 19:25
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Sergio Marchionne (foto LaPresse)
E’ di Chieti per nascita, e questo lo sanno tutti. E’ canadese d’adozione, e questo lo sanno tutti. E’ svizzero di residenza, Canton de Vaud, e questo lo sanno tutti. Non si intendeva di automobili, ma di diritto finanza e management, e questo lo sanno tutti. In poco più di dieci anni, chiamato da Umberto Agnelli alla guida della Fiat mezza decotta, ha comprato la Chrysler, mezza decotta e anche di più, con una trattativa fantastica, mediata da Obama e dalla sua amministrazione neonata, e in parte l’ha comprata con i quattrini di una superpenale pagata da General Motors per non aver mantenuto la promessa di comprarsi Fiat, e questo lo sanno tutti. Ha risanato e rimesso in piedi tutto quello che ha toccato, nonostante ovvii limiti nelle strategie di investimento e di prodotto, e questo lo sanno tutti. Ha lasciato ai sindacati italiani la tv e i talk-show, mettendoli in minoranza nelle fabbriche; quelli americani, che sono meno classisti ma pragmatici ossi duri e la tv la guardano la sera sonnecchiando, li ha dovuti comprare a caro prezzo trattando su salari e condizioni di lavoro, e questo lo sanno tutti.

ARTICOLI CORRELATI Ci voleva Marchionne Il destino del Sole 24 Ore precipita sulla corsa alla presidenza degli industriali. Tabù dei tabù La corsa utile a Confindustria La fusione che elimina i poteri forti Nasce un nuovo capitalismo Uscendone senza pietà, ha liquidato l’associazione padronale pigra e consociativa di cui Gianni Agnelli fu presidente quando venne firmato il patto scellerato sulla scala mobile dei salari, che annientava la contrattazione aziendale all’americana e eguagliava o appiattiva meriti funzioni professionali e redditi, e questo lo sanno tutti. Ha indotto un presidente del Consiglio a dire per la prima volta: non lamentatevi della cattiveria della Fiat verso il paese che è stato tanto buono e generoso con essa, domandatevi che cosa il paese può fare per non danneggiare il patrimonio d’industria e lavoro che è la Fiat, e questo lo sanno tutti. Ha sbaragliato un establishment che lo detestava e contava sui suoi nemici di classe per fotterlo; e ai capitalisti della chiacchiera e del prodotto rifinito in boutique non sono restate, dopo di lui, che vecchie abitudini viziose, e questo lo sanno tutti. Ora, anche grazie a lui e alle sue scelte strategiche, la famiglia di riferimento si internazionalizza, compra l’Economist e colloca la Stampa nel gruppo Espresso, e questo lo sanno tutti. Indossa maglioni che secondo foto recenti potrebbero essere non già del banale cachemirino ma dell’eroico marchio di lana shetland, e questo lo sanno proprio tutti.

E’ il riformatore segreto di questo paese. Secondo Marco Valerio Lo Prete, quanto a struttura del potere, a ruolo dei mercati, a integrazione globale di sistema, quanto a innovazione nel modo di essere della borghesia imprenditrice, ha fatto più lui di cento giunte della Confindustria e di cinque governi messi assieme. E’ un superman. Con Renzi sindaco aveva fatto una clamorosa litigata, e di sicuro ci sarà stato di mezzo il sulfureo Diego Della Valle, capintesta tra quelli che lo hanno disprezzato e denigrato, ma con Renzi pimpante a Palazzo Chigi non fanno che andare a letto insieme, cinici e spensierati, con grande scandalo della gente bene. Fummo marchionnisti da sbarco in tempi non sospetti, denunciavamo l’assedio goloso dei rottamandi al provinciale fattosi attore mondiale e Principe nuovo dell’automobile: era sotto il torchio dell’abile Mucchetti, subiva le geniali intemperanze di Riccardo Ruggeri, la stampa compresa la sua lo guardava a distanza quando non lo combatteva ideologicamente, non c’era salotto buono che non irridesse questo burino internazionale, questo ringard, questo goffo avvocato-manager che non ideava nuovi modelli di auto ed era tutto fuffa e finanza, e che si sperava sarebbe stato sistemato ben bene dal celebre oratore della Fiom, il focoso eruttivo Landini. Non è andata così. Poi magari Marchionne fallirà, sbaglierà, sarà congedato da un sussulto superlobbistico, chissà.


Intanto però bisogna ammettere che Marchionne ha surclassato il surclassabile. Come? Bè, adesso vogliamo sapere troppo. Darei tutto quel che ho, tranne mia moglie, mio fratello, la tata e le mie canuzze, per passare una notte da ubriachi con l’avvocato Marchionne, mentre il senatore Mucchetti ci guarda col naso schiacciato dalla vetrina del ristorante come la piccola fiammiferaia, magari anche a Chieti, ma vanno bene Ginevra o Detroit o Montréal (il nostro è anche parente di Barney Panofsky): alla quinta bottiglia conto mi venga spiegato nei dettagli come si fa a prendere un cesso italiano, comprarne uno americano sulla fiducia, intortare tutta la massoneria obamiana di Washington, convincere i futuri elettori di Trump, spendere i loro soldi per poi restituirli, cambicchiare un bel po’ l’intorpidita Italia, e tutto partendo da Chieti anziché da Mediobanca o da Wall Street. Dreams of my fathers, narrava Obama. Dreams of my managers, dico io.

http://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2016/03/08/8-marzo-boldrini-tricolore-a-mezzasta-per-il-femminicio-e-la-nostra-nazione-retorica-e-vana___1-vr-139162-rubriche_c305.htm


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http://www.ilfoglio.it/politica/2016/03/05/casaleggio-controllo-m5s___1-v-139074-rubriche_c596.htm



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http://www.ilfoglio.it/articoli/2012/05/16/vedere-faziosaviano-fa-venir-voglia-di-riabilitare-il-futon-e-lattimino___1-v-103649-rubriche_c208.htm



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A forza di meaculpismo e falsa tolleranza, l’occidente si gioca il futuro, articolo di Matteo Matzuzzi

A forza di meaculpismo e falsa tolleranza, l’occidente si gioca il futuro

Riflessioni dalla Germania sulla morte dei Lumi. Un libro sull'Europa che non difende più i suoi valori
di Matteo Matzuzzi | 01 Settembre 2015 ore 06:02




Alexander Kissler, caporedattore culturale dell'autorevole periodico tedesco Cicero
Roma. La tolleranza non è altro che un miscuglio di ignoranza, autocensura ostentata e rimorso, che favorisce solo la conferma delle proprie convinzioni e non il confronto. E’ questa una delle tesi che Alexander Kissler, caporedattore della cultura del periodico politico-culturale tedesco Cicero e in passato alla Faz, ha sviluppato nel suo ultimo libro, da poco uscito in Germania e dal titolo assai chiaro: “Tolleranza zero per gli intolleranti”. Kissler, che anni fa il teologo domenicano Wolfgang Ockenfels (amico di Joseph Ratzinger e docente all’Università di Treviri) mise sullo stesso piano del celebre filosofo cattolico tedesco Robert Spaemann quanto a impegno nella battaglia contro il “secolarismo aggressivo”, se la prende con l’occidente, che “si definisce come una comunità di valori che però non difende in alcun modo”. Lo accusa di essersi ormai piegato all’idolo del “meaculpismo”, il convincimento che i nemici dell’occidente in fondo abbiano ragione. L’Europa, osserva, ha dimenticato la propria storia spirituale, non sa più chi siano né cosa abbiano scritto Gilbert Keith Chesterton, Philippe Nemo, Rémi Brague, Heinrich August Winkler e – fatto ancor più grave – non approfitta più delle idee epocali portate dall’illuminismo, rinunciando a difendere i propri valori fondanti e fondamentali che sono “la libertà e la tolleranza”. Il problema, avverte Kissler, che nella sua analisi non risparmia neppure le responsabilità della chiesa, è che si predica tanto la tolleranza senza ricordare che questa trova “il suo limite nell’intolleranza degli altri”. E l’intollerante, per l’autore del volume, è l’islamismo, “l’estraneo”, che mina la “nostra comunità liberaldemocratica”. La spinta a mandare in stampa il suo saggio è dovuta a quel che accadde a Parigi nei primi giorni dello scorso gennaio: la strage nella redazione di Charlie Hebdo prima, la sparatoria nel supermercato kosher poi.

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Quel che è accaduto dopo, denuncia Kissler, fa capire che l’occidente è destinato a non avere futuro. Basta considerare la frase pronunciata dal ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizière, subito dopo gli atti terroristici che (a suo giudizio) “non hanno nulla a che fare con l’islam”. Non si può trascurare con una tale sufficienza – dice l’autore – ciò che i terroristi stessi considerano una legittimazione delle proprie azioni, e cioè di essere “zelanti e fedeli al messaggio del Profeta”. Dinanzi a questo, aggiunge Kissler, “scompare ogni interrogativo, perché essi si richiamavano a torto o a ragione a questa o quella sura. E’ sufficiente che lo facessero”. Più che de Maizière, insomma, sarebbe più utile dar retta alla “posizione antitetica” espressa dalla scrittrice ed ex deputata olandese di origine somala Ayaan Hirsi Hali, che da sempre auspica – nonostante le minacce cui è quotidianamente sottoposta – una “responsabilizzazione dell’islam riguardo gli atti dei suoi seguaci violenti”.


A dominare, oggi, è la cultura dell’appeasement, che “si è messa di nuovo in moto con una velocità sorprendente”, come a Monaco nel 1938, arrivando perfino a sostenere – scrive Kissler – che i diritti dell’uomo siano da ricondurre al Corano. Questo appeasement nei confronti dell’islam politico “merita risposte serie”. La prima domanda che l’occidente deve porsi, mentre le minacce alla sua sicurezza continueranno a crescere anche a causa dell’inerzia delle élite al governo, è cosa sia andato storto quando sui banchi di scuola, da Washington a Londra, da Berlino a Stoccolma, si studiava l’illuminismo, i suoi princìpi, i suoi valori.

Nella mente a km zero, articolo di Antonio Pascale

Nella mente a km zero

Viaggio irriverente dentro i tic cultural-intellettuali che ci spingono a tessere le lodi di frutta e verdura nate e coltivate dietro l’angolo. Istruzioni per confutare tutto, a cena
di Antonio Pascale | 08 Marzo 2016 ore 20:58




Ci sono momenti durante i quali ci sentiamo tesi, ansiosi: sono troppi i problemi da affrontare. La desertificazione, il cambiamento climatico, il terrorismo, la foresta amazzonica: del resto, quasi sempre è colpa nostra. Così ci dicono. A volte messi all’angolo, costretti a fare i conti con le nostre responsabilità, ripariamo in un buon ristorante, una cena conviviale, per respirare un po’, insomma una pausa. Il posto è bello, arredato con gusto (vecchie cassette di legno ospitano erbe aromatiche, dal soffitto pendono vasi con salvia e basilico, ah la natura) ma ecco che… ecco che si avvicina il cameriere: è diverso dagli altri. Te ne accorgi dall’espressione, la classica di chi ne sa più di te. Attendi, cominci a entrare in tensione. Lui illustra il menù, descrive i piatti – spesso mentre spiega si gira verso la cucina come a richiamare la presenza dello chef – e in chiosa ti segnala che: sono tutti prodotti di stagione e soprattutto a chilometro zero. Ora, quelli che sono con me, attorno alla tavola, sanno che faccio sì lo scrittore ma anche l’ispettore presso il ministero per le Politiche agricole, da 27 anni oramai. Sanno pure che mi piace far polemica e allora, in occasioni simili mi lanciano un’occhiataccia: godiamoci la cena, eh! Sì si, infatti, godiamoci la cena, penso io, e dunque mi concentro sul menù finché mentre parlottiamo dell’eventuale dessert – allora eravamo a gennaio – il cameriere dice che le fragole no, non ce l’hanno ancora, del resto spiega, con espressione seria, non sono né di stagione né a chilometro zero. A me sale nuovamente l’ansia: la desertificazione, il cambiamento climatico, il terrorismo, la foresta amazzonica, e il chilometro zero. Allora ribatto: passi per il chilometro zero, tuttavia la fragola si mangia – anzi si deve mangiare, per il bene della nazione – anche a gennaio.

Godiamoci la cena, mi dicono. Ma niente, ho l’ansia e mi devo sfogare: perché siamo combinati così? Da una parte desideriamo l’autarchia regionale, appunto, il chilometro zero, dall’altra sappiamo che è necessario esportare, tanto è vero che anche il più astuto dei commentatori agricoli, Carlo Petrini, sa che, insomma, conviene non essere così rigidi sulla questione chilometro zero. Voglio dire: il vino lo possiamo esportare? Certo, sì. E le verdure? E le verdure dipende, forse sì, forse no. Però prima, dico ai commensali, fatemi spiegare questa cosa della fragola.

Negli anni 80 la fragola era disponibile sul mercato italiano da marzo ad aprile, 2/3 settimane di picco, poi il consumo decresceva. Ora abbiamo le fragole tutto l’anno. E qui mi devo fermare perché noto un attacco collettivo di sapere nostalgico che si impossessa dei commensali: eh, una volta sì che si potevano mangiare anche le fragole! Una volta sì che si rispettavano le stagioni! Una volta sì che le fragole sapevano di fragole! No no, dico, attenzione, è una cosa bella, la destagionalizzazione. Cioè cercate di vedere l’aspetto positivo. Da gennaio comincia la Sicilia (va bene, in serra, sono un po’ care), poi arrivano la Calabria e la Basilicata, la Campania, il Lazio, poi l’Emilia Romagna e la Valle del Po. E in estate? Il Trentino e tutta l’area alpina. Miracolo? No, ci sono due modi. Il primo: la fragola ha bisogno di freddo per fiorire, quindi le piantine vengono coltivate in zone fredde, nei Pirenei, in Spagna, o in Polonia, e poi, congelate, arrivano in Italia, qui vengono piantate e dopo un po’ la produzione può cominciare. Dunque, vero, sono italiane solo in parte – insomma un po’ hanno viaggiato – ma sono ottime e ringraziamo quei contadini non italiani che hanno lavorato per noi. Come noi dovremmo ringraziare chi apre i suoi mercati ai nostri prodotti: chi scambia vince e innova. Chi si isola perde e non innova. E soprattutto se mangiamo la fragola a gennaio, per esempio, diamo una mano ai contadini siciliani che tra l’altro spuntano un prezzo migliore perché la produzione è diversificata e non concentrata tutta in pochi mesi. Attenzione – aggiungo con il dito puntato contro l’universo – secondo modo per destagionalizzare: nel 1955 negli Stati Uniti è stata scoperta una fragola selvatica la cui fioritura non dipende dalle ore di freddo accumulate, si chiama Fragaria virginiana. Nel 1980 i genetisti sono riusciti a trasferire questo carattere nelle fragole coltivate. Non vi dico il lavoro: per passare questo gene da una varietà selvatica a una coltivata. Comunque le nuove varietà producono quasi tutto l’anno. E non vi dico il lavoro, tutto a mano, 4.000 ore all’anno per coltivare un ettaro di fragole.

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I polifenoli no? Le sostanze anti invecchiamento, ne parliamo un giorno sì e un giorno no. Le insalate si fanno dappertutto, in Campania specialmente, e in Veneto, i meloni vengono da Mantova e dalla Sicilia, e poi mi viene in mente una domanda a trabocchetto, allora prendo il commensale alla mia sinistra che ha ordinato e mi sembra soddisfatto e gli chiedo: le pesche da dove vengono? Pensaci bene. Lui mi dice: che ne so, dal sud! Noooo, insisto: cioè, sì, la Basilicata coltiva un po’ di pesche e albicocche, ma i maggiori produttori sono… Sono? Niente. Sono, dico, soprattutto per le pesche: il Piemonte e l’Emilia Romagna. Le ciliegie in Toscana, in Puglia ed Emilia Romagna. Piccolo inciso per le ciliegie. Non mi parlate delle ciliegie di una volta, no perché in passato noi abbiamo rischiato di perderle, per sempre. Le ciliegie si raccolgono a mano, con tutto il peduncolo, perché se stacchiamo il peduncolo poi da quella ferita possono passare funghi e insomma, si rovina il frutto. Ora, mi dite voi: chi si arrampica fino a dieci metri di altezza? Se lo faccio io poi mi dovete pagare assai. E infatti, nei gloriosi anni 80, il costo di raccolta di ciliegie era più del 50 per cento del costo di produzione. Però in provincia di Bari c’era una varietà molto buona, la Ferrovia– la leggenda vuole che il primo albero sia stato trovato vicino ai binari della ferrovia, e siccome l’analisi del Dna ci dice che la varietà è originaria dell’Europa del Nord, probabilmente un nocciolo di questa ciliegia è stato sputato fuori dal finestrino, che so, da un tedesco che viaggiava sui nostri treni del sud. Ora questa varietà è bassa, e allora si può usare come portainnesto e così facendo si sono ottenuti alberi di due/tre metri, te la puoi cavare anche senza scale, così i costi di raccolta sono scesi. Tra l’altro è già in commercio una varietà senza peduncolo, insomma, si stacca senza produrre la ferita. Voi dite: a che serve? Serve, serve, perché puoi raccogliere le ciliegie semplicemente scuotendo la pianta, così i costi di raccolta si abbassano. Ora, dico, l’immaginario bucolico che abbiamo ci condanna al passato (per favore, chioso ai commensali, guardatevi i video di Duccio Caccioni, pochi minuti e tante informazioni, non leggete sempre e solo Petrini) e tuttavia tutte le nuove colture nascono dall’innovazione, l’innovazione, a sua volta, nasce dall’esigenza di risolvere un problema con strumenti moderni. Senza scambi culturali (non a chilometro zero), senza un’apertura mentale non innoviamo, anzi rischiamo di chiuderci nel nostro orto. Volete un esempio di chiusura? C’è questo piccolo saggio di Paolo Giudici – e lo so, lo cito sempre, tuttavia non tutti lo conoscono e io ho sempre gli stessi 10 lettori, quindi ogni volta che posso divulgo il verbo. Si chiama: “Prodotti alimentari e il falso mito dei microrganismi autoctoni”. Sembra che non c’entri con la questione “chilometro zero”, però c’entra, come dire, riguarda una certa esagerazione del concetto di piccolo è buono. Ovvero: tutto ciò che è di casa nostra è buono, tutto quello che viene da fuori è male. Lega? No no, una certa sinistra slow. Vediamo che scopre Giudici. Evento tenutosi a Pollenzo in occasione dell’apertura del Cheese di Bra, la rassegna di Slow Food dedicata ai formaggi. Qui si sostiene che “il Parmigiano-Reggiano è autoctono”. Infatti la tecnologia di trasformazione del latte (speciale, particolare, definito “oro bianco”) in formaggio, realizzata in caseificio, vuole esaltare l’attività e la fermentazione dei batteri “autoctoni”, cioè quelli nati nel territorio.


Altrimenti che senso avrebbe parlare di origine? E’ come dire che il “re dei formaggi” non si accompagna con i batteri di importazione, o se vogliamo, i batteri “extra comprensorio d’origine”. Insomma, il Parmigiano-Reggiano, così unico, così particolare, diventa così buono, senza l’aggiunta di batteri estranei, grazie ai fermenti presenti sul territorio, dove si produce il latte, e non altrove! Insomma: vogliamo solo batteri di casa nostra e non di importazione, niente batteri immigrati. Giudici si mette con santa pazienza cercando di spiegare che: a) le dimensioni dei batteri sono molto ridotte e il loro universo può essere anche di pochi millimetri, non certo grande come il comprensorio; b) il comprensorio non è omogeneo per temperature, piovosità, suolo e altro ancora; c) i microrganismi non conoscono la geografia, quindi, per loro è difficile distinguere tra Mantova destra Po e Bologna sinistra Reno o viceversa; d) i coliformi fecali sono i microrganismi sempre presenti e in gran numero nel latte crudo. I veri autoctoni! e) la razione alimentare delle vacche da latte è composta di una quota elevata di mangimi extra aziendali ed extra comprensorio; f) la qualità microbiologica delle acque d’irrigazione, visto l’alto grado d’antropizzazione del territorio e l’intreccio tra acque d’irrigazione e acque scure, ha un alto grado di contaminazione da microrganismi fecali. Voi capite bene che quando si ha un immaginario così piccolo, tutta concentrato sul proprio orto, poi si commettono peccati come quello di cui sopra: batteri di casa nostra. E se si fa peccato a importare batteri, pensate come ci si sente in colpa se abbiamo preso le fragole a 100 chilometri da casa. Signore e signori – a questo punto mi sono alzato sulla sedia – credetemi, sono 27 anni che faccio questo lavoro, su e giù per i campi, ne ho visti di contadini, campi e prodotti, posso dichiarare che i problemi della nostra agricoltura sono altri: imprese piccole, frammentante, manodopera anziana, costi alti. Sono le suddette questioni che rendono difficile e costoso il nostro rapporto con la terra. Vi scongiuro, non ci chiudiamo, anzi apriamoci al mondo, oggi abbiamo il dovere di innovazione (perché ci sono problemi nuovi che vanno affrontati con nuovi strumenti) lasciamo che i nostri prodotti varchino (se sono buoni) le frontiere e che i prodotti degli altri (se sono buoni) varcano i nostri confini. Se c’è competizione c’è anche innovazione, se ci sono solo i batteri di casa nostra poi ci sono solo sensi di colpa per aver scelto un batterio dall’altra parte del Po. Ora, scusate, per lo sfogo ho avuto un calo di zuccheri, vado a mangiarmi un po’ di Nutella che come voi sapete è un prodotto globale. Tanto è vero che le nocciole vengono dalla Turchia, il cacao dalla Nigeria, lo zucchero dal Brasile, la vaniglina dalla Francia, l’olio di Palma dalla Malesia… No no, attenzione: l’olio di palma non è così dannoso. Sì, lo so che si dice che…