mercoledì 16 marzo 2016

http://www.ilfoglio.it/politica/2016/03/05/casaleggio-controllo-m5s___1-v-139074-rubriche_c596.htm



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http://www.ilfoglio.it/articoli/2012/05/16/vedere-faziosaviano-fa-venir-voglia-di-riabilitare-il-futon-e-lattimino___1-v-103649-rubriche_c208.htm



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A forza di meaculpismo e falsa tolleranza, l’occidente si gioca il futuro, articolo di Matteo Matzuzzi

A forza di meaculpismo e falsa tolleranza, l’occidente si gioca il futuro

Riflessioni dalla Germania sulla morte dei Lumi. Un libro sull'Europa che non difende più i suoi valori
di Matteo Matzuzzi | 01 Settembre 2015 ore 06:02




Alexander Kissler, caporedattore culturale dell'autorevole periodico tedesco Cicero
Roma. La tolleranza non è altro che un miscuglio di ignoranza, autocensura ostentata e rimorso, che favorisce solo la conferma delle proprie convinzioni e non il confronto. E’ questa una delle tesi che Alexander Kissler, caporedattore della cultura del periodico politico-culturale tedesco Cicero e in passato alla Faz, ha sviluppato nel suo ultimo libro, da poco uscito in Germania e dal titolo assai chiaro: “Tolleranza zero per gli intolleranti”. Kissler, che anni fa il teologo domenicano Wolfgang Ockenfels (amico di Joseph Ratzinger e docente all’Università di Treviri) mise sullo stesso piano del celebre filosofo cattolico tedesco Robert Spaemann quanto a impegno nella battaglia contro il “secolarismo aggressivo”, se la prende con l’occidente, che “si definisce come una comunità di valori che però non difende in alcun modo”. Lo accusa di essersi ormai piegato all’idolo del “meaculpismo”, il convincimento che i nemici dell’occidente in fondo abbiano ragione. L’Europa, osserva, ha dimenticato la propria storia spirituale, non sa più chi siano né cosa abbiano scritto Gilbert Keith Chesterton, Philippe Nemo, Rémi Brague, Heinrich August Winkler e – fatto ancor più grave – non approfitta più delle idee epocali portate dall’illuminismo, rinunciando a difendere i propri valori fondanti e fondamentali che sono “la libertà e la tolleranza”. Il problema, avverte Kissler, che nella sua analisi non risparmia neppure le responsabilità della chiesa, è che si predica tanto la tolleranza senza ricordare che questa trova “il suo limite nell’intolleranza degli altri”. E l’intollerante, per l’autore del volume, è l’islamismo, “l’estraneo”, che mina la “nostra comunità liberaldemocratica”. La spinta a mandare in stampa il suo saggio è dovuta a quel che accadde a Parigi nei primi giorni dello scorso gennaio: la strage nella redazione di Charlie Hebdo prima, la sparatoria nel supermercato kosher poi.

ARTICOLI CORRELATI I fratelli Kouachi ce l’hanno quasi fatta. Charlie Hebdo non ha più vignettisti L'endorsement di Hirsi Ali al discorso di Cameron sull'islam L'Europa la smetta di fare mea culpa Noi occidentali abbiamo perso la gara d’immaginazione con i regimi Quegli spazi bianchi della libertà Riappare Houellebecq e sferza l’Europa contro la “doxa” sull’islam  

Quel che è accaduto dopo, denuncia Kissler, fa capire che l’occidente è destinato a non avere futuro. Basta considerare la frase pronunciata dal ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizière, subito dopo gli atti terroristici che (a suo giudizio) “non hanno nulla a che fare con l’islam”. Non si può trascurare con una tale sufficienza – dice l’autore – ciò che i terroristi stessi considerano una legittimazione delle proprie azioni, e cioè di essere “zelanti e fedeli al messaggio del Profeta”. Dinanzi a questo, aggiunge Kissler, “scompare ogni interrogativo, perché essi si richiamavano a torto o a ragione a questa o quella sura. E’ sufficiente che lo facessero”. Più che de Maizière, insomma, sarebbe più utile dar retta alla “posizione antitetica” espressa dalla scrittrice ed ex deputata olandese di origine somala Ayaan Hirsi Hali, che da sempre auspica – nonostante le minacce cui è quotidianamente sottoposta – una “responsabilizzazione dell’islam riguardo gli atti dei suoi seguaci violenti”.


A dominare, oggi, è la cultura dell’appeasement, che “si è messa di nuovo in moto con una velocità sorprendente”, come a Monaco nel 1938, arrivando perfino a sostenere – scrive Kissler – che i diritti dell’uomo siano da ricondurre al Corano. Questo appeasement nei confronti dell’islam politico “merita risposte serie”. La prima domanda che l’occidente deve porsi, mentre le minacce alla sua sicurezza continueranno a crescere anche a causa dell’inerzia delle élite al governo, è cosa sia andato storto quando sui banchi di scuola, da Washington a Londra, da Berlino a Stoccolma, si studiava l’illuminismo, i suoi princìpi, i suoi valori.

Nella mente a km zero, articolo di Antonio Pascale

Nella mente a km zero

Viaggio irriverente dentro i tic cultural-intellettuali che ci spingono a tessere le lodi di frutta e verdura nate e coltivate dietro l’angolo. Istruzioni per confutare tutto, a cena
di Antonio Pascale | 08 Marzo 2016 ore 20:58




Ci sono momenti durante i quali ci sentiamo tesi, ansiosi: sono troppi i problemi da affrontare. La desertificazione, il cambiamento climatico, il terrorismo, la foresta amazzonica: del resto, quasi sempre è colpa nostra. Così ci dicono. A volte messi all’angolo, costretti a fare i conti con le nostre responsabilità, ripariamo in un buon ristorante, una cena conviviale, per respirare un po’, insomma una pausa. Il posto è bello, arredato con gusto (vecchie cassette di legno ospitano erbe aromatiche, dal soffitto pendono vasi con salvia e basilico, ah la natura) ma ecco che… ecco che si avvicina il cameriere: è diverso dagli altri. Te ne accorgi dall’espressione, la classica di chi ne sa più di te. Attendi, cominci a entrare in tensione. Lui illustra il menù, descrive i piatti – spesso mentre spiega si gira verso la cucina come a richiamare la presenza dello chef – e in chiosa ti segnala che: sono tutti prodotti di stagione e soprattutto a chilometro zero. Ora, quelli che sono con me, attorno alla tavola, sanno che faccio sì lo scrittore ma anche l’ispettore presso il ministero per le Politiche agricole, da 27 anni oramai. Sanno pure che mi piace far polemica e allora, in occasioni simili mi lanciano un’occhiataccia: godiamoci la cena, eh! Sì si, infatti, godiamoci la cena, penso io, e dunque mi concentro sul menù finché mentre parlottiamo dell’eventuale dessert – allora eravamo a gennaio – il cameriere dice che le fragole no, non ce l’hanno ancora, del resto spiega, con espressione seria, non sono né di stagione né a chilometro zero. A me sale nuovamente l’ansia: la desertificazione, il cambiamento climatico, il terrorismo, la foresta amazzonica, e il chilometro zero. Allora ribatto: passi per il chilometro zero, tuttavia la fragola si mangia – anzi si deve mangiare, per il bene della nazione – anche a gennaio.

Godiamoci la cena, mi dicono. Ma niente, ho l’ansia e mi devo sfogare: perché siamo combinati così? Da una parte desideriamo l’autarchia regionale, appunto, il chilometro zero, dall’altra sappiamo che è necessario esportare, tanto è vero che anche il più astuto dei commentatori agricoli, Carlo Petrini, sa che, insomma, conviene non essere così rigidi sulla questione chilometro zero. Voglio dire: il vino lo possiamo esportare? Certo, sì. E le verdure? E le verdure dipende, forse sì, forse no. Però prima, dico ai commensali, fatemi spiegare questa cosa della fragola.

Negli anni 80 la fragola era disponibile sul mercato italiano da marzo ad aprile, 2/3 settimane di picco, poi il consumo decresceva. Ora abbiamo le fragole tutto l’anno. E qui mi devo fermare perché noto un attacco collettivo di sapere nostalgico che si impossessa dei commensali: eh, una volta sì che si potevano mangiare anche le fragole! Una volta sì che si rispettavano le stagioni! Una volta sì che le fragole sapevano di fragole! No no, dico, attenzione, è una cosa bella, la destagionalizzazione. Cioè cercate di vedere l’aspetto positivo. Da gennaio comincia la Sicilia (va bene, in serra, sono un po’ care), poi arrivano la Calabria e la Basilicata, la Campania, il Lazio, poi l’Emilia Romagna e la Valle del Po. E in estate? Il Trentino e tutta l’area alpina. Miracolo? No, ci sono due modi. Il primo: la fragola ha bisogno di freddo per fiorire, quindi le piantine vengono coltivate in zone fredde, nei Pirenei, in Spagna, o in Polonia, e poi, congelate, arrivano in Italia, qui vengono piantate e dopo un po’ la produzione può cominciare. Dunque, vero, sono italiane solo in parte – insomma un po’ hanno viaggiato – ma sono ottime e ringraziamo quei contadini non italiani che hanno lavorato per noi. Come noi dovremmo ringraziare chi apre i suoi mercati ai nostri prodotti: chi scambia vince e innova. Chi si isola perde e non innova. E soprattutto se mangiamo la fragola a gennaio, per esempio, diamo una mano ai contadini siciliani che tra l’altro spuntano un prezzo migliore perché la produzione è diversificata e non concentrata tutta in pochi mesi. Attenzione – aggiungo con il dito puntato contro l’universo – secondo modo per destagionalizzare: nel 1955 negli Stati Uniti è stata scoperta una fragola selvatica la cui fioritura non dipende dalle ore di freddo accumulate, si chiama Fragaria virginiana. Nel 1980 i genetisti sono riusciti a trasferire questo carattere nelle fragole coltivate. Non vi dico il lavoro: per passare questo gene da una varietà selvatica a una coltivata. Comunque le nuove varietà producono quasi tutto l’anno. E non vi dico il lavoro, tutto a mano, 4.000 ore all’anno per coltivare un ettaro di fragole.

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I polifenoli no? Le sostanze anti invecchiamento, ne parliamo un giorno sì e un giorno no. Le insalate si fanno dappertutto, in Campania specialmente, e in Veneto, i meloni vengono da Mantova e dalla Sicilia, e poi mi viene in mente una domanda a trabocchetto, allora prendo il commensale alla mia sinistra che ha ordinato e mi sembra soddisfatto e gli chiedo: le pesche da dove vengono? Pensaci bene. Lui mi dice: che ne so, dal sud! Noooo, insisto: cioè, sì, la Basilicata coltiva un po’ di pesche e albicocche, ma i maggiori produttori sono… Sono? Niente. Sono, dico, soprattutto per le pesche: il Piemonte e l’Emilia Romagna. Le ciliegie in Toscana, in Puglia ed Emilia Romagna. Piccolo inciso per le ciliegie. Non mi parlate delle ciliegie di una volta, no perché in passato noi abbiamo rischiato di perderle, per sempre. Le ciliegie si raccolgono a mano, con tutto il peduncolo, perché se stacchiamo il peduncolo poi da quella ferita possono passare funghi e insomma, si rovina il frutto. Ora, mi dite voi: chi si arrampica fino a dieci metri di altezza? Se lo faccio io poi mi dovete pagare assai. E infatti, nei gloriosi anni 80, il costo di raccolta di ciliegie era più del 50 per cento del costo di produzione. Però in provincia di Bari c’era una varietà molto buona, la Ferrovia– la leggenda vuole che il primo albero sia stato trovato vicino ai binari della ferrovia, e siccome l’analisi del Dna ci dice che la varietà è originaria dell’Europa del Nord, probabilmente un nocciolo di questa ciliegia è stato sputato fuori dal finestrino, che so, da un tedesco che viaggiava sui nostri treni del sud. Ora questa varietà è bassa, e allora si può usare come portainnesto e così facendo si sono ottenuti alberi di due/tre metri, te la puoi cavare anche senza scale, così i costi di raccolta sono scesi. Tra l’altro è già in commercio una varietà senza peduncolo, insomma, si stacca senza produrre la ferita. Voi dite: a che serve? Serve, serve, perché puoi raccogliere le ciliegie semplicemente scuotendo la pianta, così i costi di raccolta si abbassano. Ora, dico, l’immaginario bucolico che abbiamo ci condanna al passato (per favore, chioso ai commensali, guardatevi i video di Duccio Caccioni, pochi minuti e tante informazioni, non leggete sempre e solo Petrini) e tuttavia tutte le nuove colture nascono dall’innovazione, l’innovazione, a sua volta, nasce dall’esigenza di risolvere un problema con strumenti moderni. Senza scambi culturali (non a chilometro zero), senza un’apertura mentale non innoviamo, anzi rischiamo di chiuderci nel nostro orto. Volete un esempio di chiusura? C’è questo piccolo saggio di Paolo Giudici – e lo so, lo cito sempre, tuttavia non tutti lo conoscono e io ho sempre gli stessi 10 lettori, quindi ogni volta che posso divulgo il verbo. Si chiama: “Prodotti alimentari e il falso mito dei microrganismi autoctoni”. Sembra che non c’entri con la questione “chilometro zero”, però c’entra, come dire, riguarda una certa esagerazione del concetto di piccolo è buono. Ovvero: tutto ciò che è di casa nostra è buono, tutto quello che viene da fuori è male. Lega? No no, una certa sinistra slow. Vediamo che scopre Giudici. Evento tenutosi a Pollenzo in occasione dell’apertura del Cheese di Bra, la rassegna di Slow Food dedicata ai formaggi. Qui si sostiene che “il Parmigiano-Reggiano è autoctono”. Infatti la tecnologia di trasformazione del latte (speciale, particolare, definito “oro bianco”) in formaggio, realizzata in caseificio, vuole esaltare l’attività e la fermentazione dei batteri “autoctoni”, cioè quelli nati nel territorio.


Altrimenti che senso avrebbe parlare di origine? E’ come dire che il “re dei formaggi” non si accompagna con i batteri di importazione, o se vogliamo, i batteri “extra comprensorio d’origine”. Insomma, il Parmigiano-Reggiano, così unico, così particolare, diventa così buono, senza l’aggiunta di batteri estranei, grazie ai fermenti presenti sul territorio, dove si produce il latte, e non altrove! Insomma: vogliamo solo batteri di casa nostra e non di importazione, niente batteri immigrati. Giudici si mette con santa pazienza cercando di spiegare che: a) le dimensioni dei batteri sono molto ridotte e il loro universo può essere anche di pochi millimetri, non certo grande come il comprensorio; b) il comprensorio non è omogeneo per temperature, piovosità, suolo e altro ancora; c) i microrganismi non conoscono la geografia, quindi, per loro è difficile distinguere tra Mantova destra Po e Bologna sinistra Reno o viceversa; d) i coliformi fecali sono i microrganismi sempre presenti e in gran numero nel latte crudo. I veri autoctoni! e) la razione alimentare delle vacche da latte è composta di una quota elevata di mangimi extra aziendali ed extra comprensorio; f) la qualità microbiologica delle acque d’irrigazione, visto l’alto grado d’antropizzazione del territorio e l’intreccio tra acque d’irrigazione e acque scure, ha un alto grado di contaminazione da microrganismi fecali. Voi capite bene che quando si ha un immaginario così piccolo, tutta concentrato sul proprio orto, poi si commettono peccati come quello di cui sopra: batteri di casa nostra. E se si fa peccato a importare batteri, pensate come ci si sente in colpa se abbiamo preso le fragole a 100 chilometri da casa. Signore e signori – a questo punto mi sono alzato sulla sedia – credetemi, sono 27 anni che faccio questo lavoro, su e giù per i campi, ne ho visti di contadini, campi e prodotti, posso dichiarare che i problemi della nostra agricoltura sono altri: imprese piccole, frammentante, manodopera anziana, costi alti. Sono le suddette questioni che rendono difficile e costoso il nostro rapporto con la terra. Vi scongiuro, non ci chiudiamo, anzi apriamoci al mondo, oggi abbiamo il dovere di innovazione (perché ci sono problemi nuovi che vanno affrontati con nuovi strumenti) lasciamo che i nostri prodotti varchino (se sono buoni) le frontiere e che i prodotti degli altri (se sono buoni) varcano i nostri confini. Se c’è competizione c’è anche innovazione, se ci sono solo i batteri di casa nostra poi ci sono solo sensi di colpa per aver scelto un batterio dall’altra parte del Po. Ora, scusate, per lo sfogo ho avuto un calo di zuccheri, vado a mangiarmi un po’ di Nutella che come voi sapete è un prodotto globale. Tanto è vero che le nocciole vengono dalla Turchia, il cacao dalla Nigeria, lo zucchero dal Brasile, la vaniglina dalla Francia, l’olio di Palma dalla Malesia… No no, attenzione: l’olio di palma non è così dannoso. Sì, lo so che si dice che…

Commercio equo e solidale - Si svegliano i morti

Ah... sì sì sì. Ora che spunta l'appoggio monetario, ecco che ciccia il fatto. Tutti pronti a mangiare sul commercio equo e solidale. Fin qui, non se ne era accorto nessuno che la tutela dei consumatori andava presa in considerazione.
Quanti anni sono passati dalla diffusione di questo tipo di smercio...? Equo e solidale con chi, per chi? Viva le Indie, viva l'Asia, viva l'Africa... viva tu' nonno!
E i nostri agricoltori? Quanti cetrioli dovranno ancora farsi scivolare dentro...
Loro, al contrario: no TUT - ovvero, sanzioni a non finire e imposizioni di ogni genere.
Il punto è sempre lo stesso: con il sofferente 'Taliano nun se magna

L'Aula della Camera approva la prima normativa nazionale per la promozione e la disciplina del commercio equo e solidale, che in Italia è una realtà ormai significativa,...
ilmessaggero.it

Bunga Nulla

Bunga nulla

Riforme, testi, flash, patti, camere da letto, colpi di scena e ingredienti vari di un accordone che tiene

di Mario Sechi | 18 Luglio 2014 ore 19:53
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(foto LaPresse)
E adesso? Bunga Nulla. Alle 13 e 08 del 18 luglio 2014 sul monitor del pc compare la parola “assolto”. Flash. Quattro anni dopo, la procura di Milano resta incastrata nelle lenzuola della camera da letto e Berlusconi esce dalla casa di cura di Cesano Boscone con un sorriso da gattaccio e un doppio “grazie, grazie”. E’ il botto della settimana, un bengala gigante nella giungla vietnamita della politica italiana. S’aspettava la sentenza per dare sepoltura al fu Cav. e invece finisce con il colpo di scena del non-morto che esce dalla bara e comincia a ridere mentre tutto intorno si diffonde un allegro profumo di zolfo.

E adesso? Bunga Nulla. Il Patto del Nazareno non è più materia da buoncostume democratica, è sparito il peccato dei collant, ma è sempre più il collante di tutto quello che verrà. L’aveva detto, Silvio, martedì 15 luglio, che “va rispettato e datemi fiducia, questa è la riforma che vogliono gli italiani”. E se un lupo di mare come Gigi Zanda domenica 13 luglio dice “non temo gli ostruzionismi, ci sarà ampia maggioranza” allora vuol dire che la barchetta delle riforme va. Dovrebbe dare qualche dritta a Raffaele Fitto che deve essersi perso qualche passaggio e scrive, cribbio, una lettera aperta a Berlusconi: “Dov’è il Patto elettorale del Nazareno?”. Eccolo, appare sulle labbra di Maria Elena Boschi, capo della divisione panzer renziana, alle 19 e 11 al Caffè della Versiliana: “Per ora assolutamente sì, l’accordo terrà. Forza Italia si è comportata in modo molto responsabile, molto serio fino a oggi. Quindi mi auguro che si possa continuare così”. Tiene. Continua. Serio. Com’è soavemente cingolata, la Boschi.

ARTICOLI CORRELATI Abbiamo scherzato, siamo un partito. Metamorfosi vendoliana del M5s Berlusconi assolto. L'Italia non è un paese perduto Chi compra Italia e chi strilla in terrazza che il golpe è in corso Eravamo tutti puttane Essere Berlusconi non è reato E adesso? Bunga Nulla. Perché lunedì 14 luglio alle 11 e 17 il testo sulle riforme arriva in Aula al Senato e Roberto Calderoli certifica che “il testo è completamente diverso da quello del governo”, cioè dotato di un già robusto accordo politico e lui, perbacco, “ha dato una mano e anche… due vertebre” e dunque non sarà un patto tra invertebrati. Starà in piedi. Si vede che lo scheletro tiene quando alle 13 e 28 il Senato boccia le pregiudiziali di costituzionalità presentate dai grillini e quel che resta di Sel. E Renzi dov’è? Prepara il viaggio in Africa (parte oggi) e stringe i bulloni dell’accordo politico, mentre Grillo alle 19 e rotti si esercita sul suo blog nell’unica cosa che gli riesce, il lamento: “Vogliono sfasciare la Costituzione”. E’ martedì 15 luglio, è quasi mezzogiorno e sul mio taccuino non c’è ancora traccia di Giorgio e Matteo. Ma no, eccoli! Sono insieme al Quirinale e dunque come da comunicato delle 12 e 43 “Napolitano ha ricevuto Renzi”. Presidente e premier in officina, stringono i bulloni della riforma.

E adesso? Bunga Nulla. Berlusconi riunisce i gruppi parlamentari (è sempre martedì) e i malpancisti fanno pippa perché “sono stati fatti grandi passi avanti” e occhio che “ci sono i probiviri” per quelli che “creano difficoltà” (sorridente, ma l’ha detto) e Maurizio Gasparri mette il bollino della ragioneria realista con un “meglio questo accordo che il fallimento”. Tutto va bene. Anche perché Sel mercoledì 16 luglio presenta in Aula seimila emendamenti (sono in sette, al Senato) e il filibustering dei vendoliani finirà per favorire il governo. Tutto qui? No, alle 20 e 57 piove una nota ufficiale del Movimento 5 Stelle: Gianroberto Casaleggio non prenderà casa a Roma. Delusione tra gli immobiliaristi. Andiamo avanti. Renzi sta andando in streaming (ma a che serve?) e dice ai suoi: “Quest’anno poche ferie”. Silenzio glaciale del partito. In realtà, sottotraccia, emerge il vero tema da secchiello e paletta in spiaggia: le tasse. Passaggio delicato: “E’ chiaro che l’obiettivo è quello di ridurre il carico fiscale. Intanto pensiamo a semplificarlo”. Si vedrà. Sul Moleskine, tra i frammenti della porno-inchiesta dissolta, c’è un appunto in rosso: “Maria Elena. Senato. Presidenzialismo”. E’ una frase della Boschi, finisce sulla pagina di mercoledì 16 luglio, un colpo di tacco e di rimmel: “Non è il momento di parlare di presidenzialismo. Ora va portata a compimento questa riforma. Poi, una volta approvata, possiamo mettere a tema il presidenzialismo. Chiudiamo, poi apriamo un nuovo tavolo”. Chiudiamo. Apriamo. E dopo? Bunga Nulla.

Commento:
Stile ironico, efficace, che ben convoglia l'idea dello sfascio in cui siamo dannatamente invischiati. Attendo con ansia che il Popolo dei "non vedenti" prenda coscienza e reagisca in maniera determinata allo scempio. Sono anni che evoco il 1789. Avessi il comando di questo Paese tra le mani per un intero anno... io, da sola, da "cretina", troverei soluzioni che fin qui nessuno ha minimamente voluto prendere in considerazione, poiché il profitto, quello sporco, regna sovrano. Egregio direttore, Le fa i complimenti una che di buona scrittura, modestamente, se ne intende e dunque, dopo aver aperto il sito de "Il Foglio" a titolo di curiosità, oggi lo considera Il Quotidiano per eccellenza e che appena possibile sottoscriverà un abbonamento poiché la parola libera, intelligente e davvero, intellettualmente onesta, va sostenuta. firmato, oltre l'alias: laura onofri

Li lampionari a Roma

Sandro Boccia a Leggende romane LI LAMPIONARI
Li lampionari erano coloro ch’annavano in giro a spegne
o a accenne li lampioni de le strade de la Roma papalina
dell’800 e a batte puro l’ore, essine certo nun ce so’ fregne.
‘Sti giovinotti portavano ar collo ‘na longa pertica che in cima
ciaveva un gancio e ‘na fiammella a ojo ch’era protetta
da un cilindretto metallico bucherellato; se fermavano sotto
li lampioni e co’r gancio aprivano la varvola, fatta a lunetta,
der gasse e er lampione s’infiammava, co’ ‘sto modo de botto!
E così, ner longo giro, er lampionario accenneva a uno a uno er lume
e, come un incantesimo, se creava ‘na striscia d’oro lungo er fiume!