sabato 25 ottobre 2014

Articolo su "Il Messaggero" - Oggi, 25 ottobre 2014



Trattativa, lo sfogo del pm Del Bene: «Lo Stato non vuole questo processo»


«È un momento difficilissimo, questo processo non è voluto da tutti, specie dai rappresentanti dello Stato».

Lo ha detto al premio Borsellino il Pm di Palermo Francesco Del Bene, pubblica accusa del processo sulla trattativa Stato-Mafia.

Al termine della cerimonia di premiazione del Borsellino il Pm Francesco del Bene ha chiarito all'Ansa come il termine "Stato" si riferisse ad esponenti della politica nel senso generale della parola, e nello specifico a nessuna carica istituzionale dello stato.

Il documento dei carabinieri che parlava del rischio attentato a Borsellino. Un documento del comandante generale dell'Arma dei carabinieri Antonio Viesti - agli atti del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia -, indirizzato al Servizio segreto militare il 20 giugno '92, segnalava che dopo Falcone (ucciso il 23 maggio a Capaci) l'obiettivo della mafia sarebbe stato il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino, che «correrebbe seri pericoli - si legge nel documento pubblicato oggi dal Corriere della Sera - per la sua incolumità a causa delle ultime inchieste sulla mafia trapanese».

La nota ribadisce che anche i politici siciliani Salvo Andò (Psi) e Calogero Mannino (Dc) correvano rischi, come era stato segnalato già dopo l'omicidio di Salvo Lima avvenuto il 12 marzo '92. L'appunto indica anche come possibili vittime della mafia due carabinieri in servizio a Palermo: il capitano Umberto Sinico e il maresciallo Carmelo Canale, che lavorava con Borsellino.

Viesti scriveva che le finalità della mafia erano quelle di «indurre un clima di grave intimidazione nei confronti di politici, per flemmitizzare l'impegno contro la criminalità ed eliminare fisicamente alcuni inquirenti evidenziatisi nella recente, proficua attività di repressione».

Commento inviato a Il Giornale per il Sud -18 luglio 2009

Non ho letto l'articolo di riferimento e a prima vista il pensiero finale che Lei esprime - quello che porta a 'cercare altrove' senza dover pagare il pegno di una colpa - suona bene. 

Il Sud esprime le proprie passioni con modalità diverse da quelle del Nord - questione di clima credo, come per ogni altra manifestazione o abitudine di vita su questa Terra - e stremato dalla calura, reagisce in maniera più acquiescente, reprimendo il vigore, per finire col lasciarlo esplodere poi, sotto vuoto spinto. Le reazioni sono viscerali più che nei climi freddi e umidi e da sempre la gente del Sud emigra, come spinta dalla forza dirompente di un vulcano perennemente sul filo dell'eruzione; emigra per necessità, vero, ma ogni necessità nasconde anche una forma di inadempienza e dunque, un'occhiata dentro, la gente che emigra da qualunque posto della Terra - e in questo caso si parla del nostro Sud - se la dovrebbe dare: il Sud è sempre meraviglioso ma anche sempre fratello negletto del Nord; sempre base di manovalanza, sempre bisognoso di aiuto, in apparenza più che il Nord.

 Il Sud ha subìto - in maniera irragionevole e mi verrebbe da aggiungere, come quei popoli che hanno accettato lo sterminio senza reagire -, amalgamandosi piuttosto che scrollando dalle proprie spalle il peso di invasioni - un po' fingendo che andasse bene così, perché un pezzo di pane magari a sera ci usciva - e a causa di questa abitudine a essere soggiogato, si è lasciato intrappolare affinché pochi restassero ricchi e padroni, elargendo in cambio un falso senso di paternalistica sicurezza.

Oggi il nostro Sud manifesta, i giovani prendono novella coscienza del potere dei mostruosi tentacoli della Piovra di bruciante memoria e non solo memoria. Il nostro Sud E' una Terra Meravigliosa, con quello che ancora oggi emerge a livello di enorme potenziale: un patrimonio di stravolgente bellezza e spessore. Piazza pulita nel Sud, per sperare di vedere quella gente diventare padrona della propria terra, col diritto di SCEGLIERE di partire, piuttosto che SUBIRE un distacco.

Intervista al Presidente della Fondazione San Raffaele e Rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele

 
"Parlo di intelligenza, un vocabolo generico che assomma diverse operazioni della stessa facoltà: intelletto, ragionevolezza, memoria, consapevolezza, coscienza, e altre ancora. Intelligenza da inter-lego (en lego = raccolgo per scegliere); in italiano lo tradurrei in facoltà di apprendere per ragionare. \ Si può anche dire che l’intelligenza è intelletto, in quanto percepisce i principi immediatamente senza processo razionale. Per esempio, «tutto ciò che si muove è mosso da altri». Di solito per intelligere si intende anche immaginare, credere, capire e soprattutto ragionare. Preferisco la definizione di «apprendere per ragionare», perché l’apprendere per ragionare è proprio della specie umana, mentre il solo apprendere è proprio anche del genere animale. Come l’animale anche l’uomo apprende, ma l’uomo apprende per razionalmente elaborare. Ciò rende l’uomo un individuo o essere inconfondibile con altri esseri, né da essi derivabile se non per creazione apposita da parte di chi ha un’insuperabile pienezza intellettuale senza spazio e senza tempo.
Nessun dubbio che l’uomo sia essere pensante. Né alcun dubbio che la sua identità e, quindi, il suo pensare l’abbia avuto dal Genio Assoluto. Per sinaptogenesi? Un modo di creare dal nulla se non da sé increato e inesauribile. Dubitarlo? È come pensare che l’intelligenza detta, impropriamente, artificiale alla quale si pensa di dare una sua autonomia, non sia creazione dell’uomo intelligente che in qualche modo la comunica dal suo sé mediandola con la filosofia metodica, con la linguistica, con la psicologia cognitiva e l’informatica. Ma il potere intellettivo, a ben pensarci, è non solo componente dell’identità uomo, ma anche - per dirla in latino barbarico - il suo ipsismo, quello, cioè, che è lui stesso e non il simile, ma quello unico e irripetibile.
Ora, però, parliamo di intelletto e, quindi, di potere intellettivo dell’uomo in quanto sostanzialmente e non evolutivamente proprio dell’uomo. Ciò, non per negare che l’intelletto nella sua espressività non possa, anzi non debba, evolversi, ma la sua potenzialità, il principio da cui tutto il suo derivato emana, è realtà indivisibile dal corpo e dall’anima, di sua natura invariabile come l’io, che né con l’età né con le contingenze può mutare.
È, cioè, quell’identità-uomo che Aristotele chiama sinolo, cioè materia e forma in un unum. Corpo-intelligenza-anima: un sinolo, dunque, di tre componenti tra loro inseparabili, pena la nullità di uomo. Ma quale la funzione dell’intelligenza tra le altre due componenti del sinolo? Oso dire che l’intelletto è cerniera o albero di trasmissione simultanea tra corpo-materia e anima-forma o sostanza. L’intelligenza imbevuta nell’amore è nel corpo e nell’anima, come entità identificante dell’uno e dell’altra. Ho detto intelligenza imbevuta d’amore perché l’intelligenza, come la fede, senza amore cade «come corpo morto cade». Corpo, intelligenza e anima sono genoma-uomo in senso di specie e di individualità. Non può non essere così, pena il mio non essere io. È proprio la mia intelligenza che lo percepisce e lo pretende, lo cognitivizza e lo spende a diversi livelli: la logica, l’empirica, la metafisica.
 
Platone ci insegnò a penetrare, anzitutto, nei cieli della metafisica senza alcuna obiezione aprioristica di tipo «criticistico kantiano». Conoscenza per intuizione. Egli navigava nel divino delle idee quale innato principio, primo nell’ordine logico, senza cui nulla è intellettualmente conoscibile. La concezione platonica anticipa il teismo e la soprannaturalità cristiana, arricchita dalla rivelazione. Direi che a fronte di quella, il concretismo si smarrisce come in un’atmosfera non respirabile.
Aristotele è anch’egli un aristocratico della cultura. Per la conoscenza segue, peraltro, la via apodittica (apodeiknymi = dimostrare) e, cioè, deduce da un’evidenza la conoscenza per dimostrazione logica. La prima è la via agostiniana, la seconda è la tomistica. Ambedue confluiscono nella verità rivelata anch’essa modalità e argomento del conoscere, sempre proprietà dell’intelletto. L’intelletto, quindi, è capacità dell’apprendere per ragionare. Anche l’high-tech ne è il prodotto, come tutti i media elettronici. Il raziocinio, infatti, è la facoltà di valutazione tra concetti sulla base della logica e dell’evidenza. Ma l’intelligenza è nata dall’intelligenza di Dio e in Dio converge.
Faccio un doppio raziocinio in un esempio unico: 1) Albert Einstein, un sommo matematico e fisico, ha scoperto la relatività studiando la gravitazione, l’atomo, o molecola materiale, la teoria dei calori specifici e quella dei quanti e, perciò, dei fotoni. Si può dire che palleggiava la metafisica e la fisica quasi sua innata facoltà, con metodo induttivo, statistico ed equazionale. Alla luce di ciò, il suo rigore logico lo portò alla fissione nucleare. Ne fu sgomento e argomentò: la scienza senza Dio e storpia e pericolosissima. 2) Ed ecco il secondo raziocinio: se un uomo come Einstein alla luce del suo dedotto scientifico ha dovuto sconfinare in Dio e se come lui innumerevoli altri, infinitamente più acuti di me in svariate discipline, hanno raggiunto una tale deduzione, anch’io posso credere, avendone oltretutto anche le mie buone ragioni personali. Ne cito una: se la mia intelligenza, per niente eccezionale, si spinge come quella di molti altri vicino a Dio, volendolo anche toccare, non è giusto che anche l’intelligenza di Dio si pieghi verso la mia sì da toccarmi? La risposta è l’Incarnazione di Dio quale Cristo ha dimostrata in sé. \
Fin qui parliamo del come conoscere, oggi reso più facile anche in termini di che cosa conoscere. Com’è chiaro, il come si conosce è argomento di psicologia, di dialettica, di logica, di criterio logico ecc. Qui, però, si vuol dissertare del conoscere come sua fonte e potenza, cioè dell’intelletto che, pur nell’evoluzione dei metodi, dell’ambiente, delle conquiste, rimane sempre una potenzialità formidabile, inconfondibile con il suo obiettivo e le sue conquiste. Parliamo, dunque, della macchina in sé, non della strada o della meta. Quella potenza che mentre cammini vola, che mentre leggi, in continuità pensa. Perfino quando preghi, disperde energia in mille direzioni a danno della verticalità.
Ricordo di aver letto nell’autobiografia di Teresa di Lisieux che prima di centrare il concetto di Padre nostro, lo doveva ripetere moltissime volte «Padre nostro, Padre nostro...» e poi, coerentemente procedeva. La conoscenza, quindi, è il prodotto dell’intelletto che accoglie le informazioni, le metabolizza, le processa, ne deduce e perciò le moltiplica sino a farne un sapere senza fine che crea sapere e progresso, che investe sempre meglio la potenza dell’intelletto con la fiducia spesso accanita, quasi indomabile istanza del sapere. Lo ritengo effetto di quel possidete eam» che il Creatore, agli inizi della nostra specie dotata di innata intelligenza, ci iniettò consegnandoci l’universo. Da qui la cognitivizzazione che il potere dell’intelletto può spingersi anche oltre ogni limite sferico, anzi è la sua istanza naturale.
Platone ce l’ha detto. Aristostele lo convalidò partendo dall’empirismo. Andare, cioè, verso là donde l’intelletto è emanato. Il dito del Creatore nella Sistina di Michelangelo ce l’ha evidenziato. Molti filosofi ci sono arrivati a toccarlo con il dito. Pochissimi hanno bucato questa sfera intravedendovi l’aura soprannaturale. È la logica, più l’amore, che vi ci «conduce». Innegabilmente Dante e sommi asceti, come Paolo di Tarso, lo sperimentarono e ve ne rimasero contagiati sì da calcare con il tacco le cose di quaggiù non in senso spregiativo, ma nel senso che l’intelligenza pretende molto di più. L’idea della caverna in Platone non era spregio dell’essere corpo, ma tensione della sua eccezionale intelligenza che sapeva d’esser molto di più che solo corpo.
Intelletto: un potere, quindi, rapidissimo anzi fulmineo in linea orizzontale senza limite circolare, in linea verticale, perpendicolare a Dio stesso che ne rivela l’obbligatoria derivazione creazionale dal Sé di Lui stesso. Infatti, quando la mia intelligenza o, più semplicemente, il mio pensiero tenta di toccare Dio con spontaneità, lo bacia e poi se ne ritrae come da un amabile evidente, ma impossibile. Quando però ci si vuol impegnare a capire Dio, ci si perde come nella sfera stellare e l’intelligere diventa semi-contemplazione per la quale il tempo è sempre stretto. L’intelligenza totale pretende l’eternità.
Lo so, altri preferiscono la pigrizia della rinuncia e si auto-definiscono atei, ma trattasi di un ignavo velo rinunciatario alla propria intellettualità. Come esce il pensiero dall’apparato neurotico cerebrale? Ma esce da lì? A pensarci bene me ne pullulano serissimi dubbi. Riservo a me la consapevolezza psicocognitiva che l’intelligenza è componente imprescindibile e inseparabile del mio io, che in se stesso non è materialmente quantizzabile. Solo la sua applicazione e il suo prodotto lo possono essere. L’intelligenza non è anatomizzabile perché non è fatta di parti come non lo è lo spirito. Quindi, l’intelligenza è eterna e proviene dall’Eterno. La sua attività, in quanto io, inizia nel tempo in uno con la morfologia del corpo e con l’infusione dell’anima.
Se dal cerebro anatomico esce il pensiero, il come, il quanto, il numero, la velocità, la locazione dei neuroni del lobo frontale o parietale, od occipitale, e loro funzione, quali siano nella massa cinerea o corticale, dove stiano i neuroni-specchio, quelli cioè che facilitano la conoscenza del mio prossimo, se interfacciati da onde elettriche, se e come sia utilizzabile meccanicamente la funzione della corteccia cerebrale, se il cervello nasce con l’innata «grammatica generativa», come suppone Noam Chomsky, di tutto ciò non ho competenza per disquisire. So, però, che la scienza e un prodotto dell’intelligenza. La sapienza? È un sovra-sapere impregnato di sapore divino. Questo io capisco mediante la logica."
* Presidente della Fondazione San Raffaele e Rettore

dell’Università Vita-Salute

San Raffaele

Lui dormiva. Da piedi. Chi? Mancino.

"Mancino al processo per le stragi
"Mai saputo di una trattativa mafia-Stato"

L'ex vicepresidente del Csm, ministro dell'Interno del governo Ciampi, in carica all'epoca degli attentati, parla nell'aula bunker di Firenze. "La mafia era il nemico da battere"

di FRANCA SELVATICI"
 
Creatura, innocente, inconsapevole, dormiva da piedi. Da difendere, ovviamente. Che insulto.

Nap sproloquia

Immigrati, Napolitano: "No agli allarmismi" Il Viminale: "In Italia cerchiamo 50mila posti"
commento inviato venerdì 25 febbraio 2011 - ore 13:08
Ma, vaneggia? Fosse mica la riprova che non è più in grado di svolgere il ruolo di garante supremo? Sinistri, tappatevi la bocca, tiratevi su le maniche e lavorate per arginare l'invasione e... curatevi e curate... chi non sa quel che dice! e che purtroppo, ufficialmente, ci rappresenta. Caro Governo, non lasciamoci sopprimere: per ogni immigrato clandestino ci saranno 1000 immigrati-derivati - minimo -. E' questo il destino dell'Italia? Venire fagocitata dagli stranieri che prolificano a spese nostre? Sviluppo, giustissimo: a casa loro. Combattessero per una vita democratica: a casa loro. Creassero opportunità di un vivere civile: a casa loro. Questa è CASA NOSTRA. E cos'è la Casa: il luogo sacro in cui accogliamo coloro che amiamo, il rifugio dalla pazza folla. Io amo l'umanità in senso lato. Ma amo la mia PATRIA, la mia TERRA, la mia FAMIGLIA, la mia CASA. Non posso voler vedere tutto questo invaso e fagocitato. Non voglio diventare nordafricana né rumena!

Fini insulta il Capo dello Stato - 26 febbraio 2011

E Napolitano, intanto, è rimasto senza parole. Di fronte alle esternazio­ni di Fini, presidente della Camera in preda a raptus dichiaratore, non sa più che cosa dire. Non siate maliziosi, non pensate male: non è vero, come sussurra qualcuno, che il capo dello Stato sia fazioso, non è vero che non rispetti la par condicio e che d’istinto gli venga da bacchettare solo Berlusconi. Macché. Il capo dello Stato vorrebbe intervenire su Fini, vorrebbe censurarlo. Il fatto è che proprio non gli esce la voce. Che ci vo-lete fare? Quando sente Gianfranco rimane lì, a bocca aperta, come un pesciolino rosso nell’acquario del Quirinale. Proprio così: avrebbe mille cose da dire, ma non gliela fa. Spalanca le fauci, comprime il diaframma, si sforza anche di urlare tutta la sua indignazione. Ma dalla sua gola non esce nemmeno un flebile sussurro. Povero Giorgio, chissà che frustrazione. Lo so che a volte noi ragazzacci del Giornale siamo stati un po’ cattivelli con il nostro presidente della Repubblica. Anche recentemente abbiamo scritto parole che sono andate un po’ di traverso tra gli arazzi e le ceramiche del Colle. Però stavolta, ve lo dobbiamo dire, bisogna essere solidali con lui. Napolitano sta soffrendo: è davvero arrabbiato con Fini. Terribilmente arrabbiato. Così arrabbiato che non riesce a farcelo sapere. Vedete voi, cosa succede quando si perde la pazienza? Insieme alla pazienza si rischia di perdere pure la voce. Saltano i nervi. E insieme saltano le corde vocali. È un fatto fisico, forse anche psicologico. Povero Napolitano, chissà com’è depresso. Vorrebbe far sapere a tutti che un presidente della Camera non può dire che la Camera non conta nulla; vorrebbe urlare al mondo che i parlamentari che cambiano schieramento, finché la Costituzione non viene modificata, meritano di essere rispettati, soprattutto da chi li dovrebbe difendere; vorrebbe gridare che le istituzioni non vanno offese, soprattutto da chi le presiede, e non possono essere trascinate così nelle trincee fangose della quotidiana battaglia politica. Lo vorrebbe davvero. Solo che l’irritazione gli gonfia l’epiglottide, lo sdegno gli secca la lingua, salivazione azzerata,Pomo d’Adamo impazzito. Insomma non riesce a proferir parola. E quella bocca da ex comunista, che pure in passato è riuscita a sostenere qualsiasi tesi, adesso rimane spalancata sul nulla. Afona come una campana senza batacchio. Pare che al Quirinale siano pure un po’ preoccupati. Non dev’essere nemmeno uno spettacolo piacevole vedere il presidente della Repubblica che si sforza di dichiarare (perché lui vorrebbe, davvero, ci prova continuamente) senza riuscire a dire alcunché. Qualcuno (pensate) potrebbe pure pensare che egli approvi un comportamento così istituzionalmente scorretto come quello di Fini, qualcuno potrebbe credere che egli guardi con occhio favorevole un presidente della Camera che viene meno ai suoi doveri, che inquina il corretto funzionamento degli organi costituzionali e che insulta i deputati. Non sanno che non è così. Che, invece, Napolitano è rimasto davvero senza parole. E purtroppo il cerimoniale non prevede che il capo dello Stato si esprima con l’alfabeto muto. Altrimenti lui lo farebbe. Sicuro. È così indignato, è così inferocito con Fini. Il presidente della Camera, per altro, continua a minacciare di andare in giro per trasmissioni, manco fosse Cecchi Paone o Alba Parietti: ma chi si crede d’essere?Se solo gli fosse avanzato un filo di voce, ah come avrebbe urlato il vecchio Giorgio. Invece nulla. Non gli esce niente. A qualcuno potrebbe venire il sospetto: come mai quando lo fa arrabbiare Berlusconi trova sempre le parole per replicare, ammonire, censurare, indicare, suggerire, correggere, spiegare? Già: perché? La spiegazione è semplicissima: perché Berlusconi non l’ha mai fatto arrabbiare tanto quanto Fini. Ma sicuro: il presidente della Camera sta davvero esagerando. E così il capo dello Stato, di fronte a cotanta esagerazione, è rimasto a bocca aperta. Con il premier, di norma, s’indigna quel tanto che basta per far sapere a tutti la sua indignazione; con Gianfranco s’indigna di più, a tal punto che rimane senza parole. E così resta lì, patetica scena, bloccato come un baccalà, con le labbra surgelate, le mandibole aperte nel vano sforzo di proferire un verbo. Irritato violentemente con Fini. E in fondo irritato anche un po’ con se stesso per aver perso così la pazienza. La voce. E, di conseguenza, pure un po’ la faccia.

Marcello Veneziani - Pour Parler

Una perquisizione ordinata dai giudi­ci, hanno trovato a casa mia una miste­riosa tuta nera col numero 36, un mantel­lo e un cappuccio sturacessi da Capitan Ventosa, un paio di calosce da guerra, una clava e un ventilatore portatile anco­ra sporco di letame. Ho dovuto confessa­re agli inquirenti che è la divisa assegnata a me e ad altri 35 militi del Giornale dalla Struttura Delta per appostarci, insultare e sporcare Bocchino. Ho dovuto anche sve­la­re perché siamo in 36 a fare stalking con­tro di lui: siamo divisi in 6 squadre da 6 e ci alterniamo in turni di 4 ore sotto casa, sot­to il Parlamento e a volte sotto il letto. Lo minacciamo, lo molestiamo, gli palpia­mo le chiappe, gli telefoniamo in conti­nuazione, gli attribuiamo atrocità su Sa­ra, Yara e Mara, ci imbuchiamo ovunque. Collaborano con noi i servizi segreti devia­ti di Dagospia. Ogni sabato la Struttura Delta ci dà la paga, misurata col bocchino­metro; siamo pagati in base ai danni che produciamo a Bocchino. Facciamo appo­site riunioni ad Arcore, ci mostrano sulla lavagna luminosa il Bocchino e i suoi pun­ti deboli, facciamo simulazioni di aggua­to. C’è chi ha studiato da killer, chi da ca­ne da caccia, io da privatista. Ho seguito corsi per corrispondenza «Black Boc», che in codice significa «fare nero Bocchi­no».
Ho confessato ai giudici che non ho mai dedicato un articolo o anche mezzo al Bocchino, ma solo qualche fugace accen­no di passaggio. Ho dovuto ammettere di non aver mai studiato il pensiero di Boc­chino, l’uomo e l’opera. Né conosco suoi proseliti; conosco qualche bocconiano, ma nessun bocchiniano. Però Bocchino querela per diffamazione anche se lo citi solamente. Bocchino a me? Ma io ti quere­lo. Mi chiedo che precedente si creerebbe se i magistrati prendessero sul serio la de­nuncia di Bocchino: da Berlusconi ai suoi ministri, dallo stesso Fini ad Alemanno, a tanti personaggi non solo di primo piano ma anche di secondo piano, di mansarda e sottoscala, visto il precedente, denunce­rebbero i giornali che li criticano di perse­guitarli e molestarli. Ora sono pronto a scrivere un articolo riparatore su Italo Bocchino statista e a sostenere che l’Italia si chiama così in suo onore.

Stamattina all’alba è stata rinvenuta priva di sensi, sui gradini della sua abi­tazione nota come altare della patria, una donna di nome Italia. Aveva trascor­so per strada la notte tricolore e aveva brindato al suo compleanno fino a ubria­carsi. Quando i dipendenti della nettezza urbana l’hanno trovata, era strafatta. In serata si era lasciata andare ai ricordi e ha cominciato a piangere e a bere. Rive­dendo i filmini, i cimeli e le foto del suo passato, ha pensato alle violenze che ha subito nei secoli da invasori e invasati, ti­ranni di fuori e vigliacchi di dentro; ha ri­pensato agli stupri, alle calunnie e alle fe­rite che le hanno inferto anche in fami­glia. E ha lanciato per rabbia lo stivale. Poi ha pensato alle glorie e agli amori del passato e le è cresciuto pure il rimpianto e il rimorso. Infine ha pensato che da quando è nata le guastano puntualmen­te la festa di compleanno. Cent’anni fa, quando inaugurò la sua casa-altare, sparlarono di lei i socialisti che non la riconobbero come madrepa­tria perché i proletari non hanno patria, i cattolici che la consideravano una sver­gognata che civettava con atei e massoni, e i repubblicani che detestavano la sua casa reale e la sua tresca monarchica. Cinquant’anni fa, quando celebrarono il suoi cent’anni, i comunisti e le sinistre la consideravano ancora amante di na­zionalisti e fascisti, mentre loro erano in­ternazionalisti, devoti alla patria sovieti­ca e taluni a quella cinese. Quest’anno in­v­ece è toccato ai leghisti a nord e i neobor­bonici a sud rovinarle il compleanno, of­fendere il suo tailleur tricolore e la sua canzone preferita,l’inno di Mameli,scrit­ta per lei da un ragazzo che l’amava da morire. Così Italia si è buttata giù e nel pieno di questa guerra italo-italiana ha comincia­to a bere e a spaccarsi di droghe leggere e pesanti. A volte sogna di espatriare, ma ha il soggiorno obbligato in questa peni­sola. Vorrebbe farsi il lifting, siliconarsi e rifarsi pure le tette e le chiappe, per sem­brare un’altra. Poi cade in depressione e si lascia andare. Stamane sono giunti sul posto i carabinieri, l’hanno identificata e, vedendola scalza, l’hanno denunciata a piede libero.