mercoledì 27 aprile 2016

Ohibò


Da anni - parecchi - ho scoperto il consapevole piacere di parlare con me stessa ad alta voce. Sottovoce, a volte. Urlando, a volte. Inventando dialetti e frasi svampite, ma molto rappresentative di certi stati d'animo.

A volte, si inventa l'acqua calda...

Commento ad articolo de Il Foglio su Islamismo-Fascismo

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/03/23/islamofascismo-no-grazie___1-v-139758-rubriche_c421.htm


 L'autore dell'articolo è dispersivo e perfino prolisso; monocorde, aggiungerei, per quanto attiene alla propria manifestazione di pensiero riguardo al suo concetto di "fascismo", termine-ideologia-regime che "allegramente" associa a "jihadismo".
Io sarò cretina e di certo il Fascismo non fu una passeggiata benefica, con tutto che chi lo visse trovò anche aspetti positivi, ma qua si cancellano con colpetti di gesso analogie comportamentali e attuazioni di programmi di distruzione di massa messi in atto dal Nazismo e, caro lei, dal Comunismo.
Stalin fu secondo a nessuno. Di certo, Mussolini persona, come persona, non era animato dalla stessa folle crudeltà viscerale che armò le menti e le mani del tedesco e del russo.
I fascisti erano "regazzi", a confronto! E tra di essi ve ne furono certamente molti che lasciarono emergere la parte peggiore di sé, ma furono personalismi, non il risultato di programmazioni subliminali e condizionanti alla... Siberia à gogo! Stesso discorso vale, a mio parere, per i nazisti: molti furono dei mostri, menti degenerate che compirono crimini atroci spinti da follia e perversione individuale.
La Sharia è tutt'altra questione. Islamismo è e rimane Islamismo. A quello si aggiunge il Fondamentalismo. Punto. Si nutre delle cavie prodotte come in
laboratorio, modificate geneticamente nel DNA attraverso mutazioni
psichiche indotte in anni e anni e anni di lavorìo. Automi, robot, alieni, visitor. Non hanno niente di umano.

In fundo, aggiungerei che Ella di certo non ha mai visionato i tre filmati della Liliana Cavani, "Le età di Stalin" di cui certamente esistono versioni in lingua a Lei conosciuta e comunque, Le assicuro che Le sarebbe sufficiente vedere le immagini, storiche, non rielaborate su racconti.
Ah, che dire, già che ci si dovesse trovare, dedichi qualche ora di tempo anche a "Notte e nebbia", ambientato in qualche amena località germanica... che forse le deve essere sfuggito anche quello...


Commento ad articolo di Mario Sechi su Il Foglio "Intervista onirica a Cossiga"

http://www.ilfoglio.it/politica/2016/04/23/cossiga-picconatore-magistratura-intervista___1-v-141075-rubriche_c350.htm

Perché, c’è un Parlamento in grado di legiferare?

Perché, abbiamo un Presidente della Repubblica che faccia il Presidente della Res Publica? O non abbiamo piuttosto un “presidente per caso”? Come pure “un presidente del consiglio per caso”?

Perché, nel complesso, la magistratura è stata organo “indipendente”?

Perché, la “trattativa Stato-Mafia che vide attore re Nap la dobbiamo considerare fantomatica? Allora dobbiamo dire che qui si dà fuoco anche ai fantasmi?

D’Ambrosio nella tomba...? Di tante pietre è lastricato il sentiero che conduce sottoterra... A volte, certi sentieri spuntano ad arte.

Ah sì, tornando indietro con la memoria ai tempi di Bettino Craxi e a quelli, successivi ma già impostati, di Silvio Berlusconi, a voi non sorge il dubbio che fosse vero anche il contrario di quando sotto quotato:

“Il fatto che nessuno allora sia intervenuto per mettere fine a questo scempio del diritto, dà l’idea del potere condizionante della magistratura.”

“E dà lì bisogna partire, dalle intercettazioni. Se non si riforma la disciplina sull’uso, sulla pubblicazione delle conversazioni telefoniche, non si metterà mai fine all’anomalia del potere dei pm. Anche solo potenziale. Il fatto di ascoltare, trascrivere e poi diffondere i contenuti sui mezzi di comunicazione è un potere che c’è nei regimi totalitari o deviati.”

E certo, se ne accorgono soltanto adesso che il pepe sotto al sedere se lo sentono “loro”?

L’art. 68 della Costituzione. Perché, abbiamo un Governo in grado e in volontà di fare altro che inciuci ad personam e perfino ad amicum... e amicum dell’amicum...

Si cita la Maria Elena Boschi e la si definisce “bella”. Mah, Barbie, più che altro, a uso e consumo di italiani con la “i” minuscola.

Concordo appieno: “Se avesse funzionato il principio di responsabilità politica certi personaggi sarebbero stati mandati a casa dai loro partiti molto tempo prima. Invece sono rimasti avvinghiati alle sedie fin quando non sono arrivati i carabinieri a schiodarli”. E la seconda, allunga le orecchie: “La presunzione di non colpevolezza vale nel processo penale, non per altre forme di responsabilità”.

Quello di Davigo era un discorso etico, sulla morale, la politica, non sul diritto e l’applicazione del codice penale. Gli dissi “voi non potete sindacare l’elezione, potete condannare l’eletto ma non chi lo ha eletto”. Intendiamoci bene, quando il marcio sta alla radice e corre lungo il tronco e rende putrescenti i frutti, diritto e applicazione del codice penale non possono più valere in senso stretto. Modificato l’uomo – divenuto esso un omminicchio e un quaqquaraquà – legge del diritto direi che non può valere e che il codice penale va applicato cum granum salis... integrale.

Infatti, il sistema politico è allo sfascio: replicai: “Che non la riguardano! Che non riguardano lei come magistrato, e il giorno che la riguardano come magistrato vuol dire che il sistema politico non funziona. Io la difendo perché lei esercita senza saperlo una funzione di supplenza. E’ lecito e doveroso che lo facciate adesso perché siamo in un periodo di grave crisi politica e istituzionale, il giorno che fossimo nella normalità costituzionale quello che voi fate non sarebbe più lecito”.

Chiarissimo: Siamo al punto che Davigo l’altro ieri in un’intervista ha detto questo: “Se la politica usasse per le sue autonome valutazioni gli elementi che noi usiamo per i giudizi penali e ne traesse le dovute conseguenze, processeremmo degli ex. Senza conseguenze politiche”.

Da quest’ultima “affermazione” si comprende che Cossiga non solo è morto, ma pure defunto: “oggi siamo nella normalità costituzionale, non nell’emergenza, nella supplenza dei pm, e il problema è proprio questo: Davigo dice le stesse cose di ventidue anni fa.”. E pure confusissimo, se arriva ad affermare che con due soggetti INCOSTITUZIONALMENTE piazzatisi, siamo nella normalità costituzionale.

Ma lasciate in pace il Cossiga e pensate a come far cadere questo malgoverno e... muoia Sansone sì, ma con TUTTI I FILISTEI!

giovedì 17 marzo 2016

Commento a http://www.ilfoglio.it/politica/2016/03/16/il-patto-tra-renzi-e-imprenditori-in-5-punti___1-v-139453-rubriche_c105.htm



Forse basterebbe un giretto su https://it.wikipedia.org/wiki/Benetton_%28azienda%29 per togliere un po’ di porporina dalle parole di Alessandro Benetton, “... imprenditore, fondatore e presidente, dal 1992, della 21 Investimenti, gruppo europeo di private equity, e già presidente di Benetton Group (fu presidente nel momento della transizione da lui guidata da azienda familiare ad azienda manageriale).”.
Troppa grazia, egregio, Le fu elargita prima che Ella, ad appena ventisei anni iniziasse a fare il lavoro che fa. Il patrimonio imprenditoriale di famiglia era talmente vasto che Ella, da questo punto di vista non può essere considerato qual pietra angolare da prendere in considerazione.

Leggo: “Da questo punto di vista credo sia un bene che ci sia una classe dirigente al governo molto giovane, de-ideologizzata, per certi versi incosciente che non si vergogna – tratto che trovo positivo, non negativo – di cambiare qualche volta idea.”
Ah, secondo Lei, al governo è insediata una classe dirigente giovane e de-ideologizzata... Ha provato, negli ultimi cinquant’anni a farsi un giro negli ambienti scolastici perfino di primo grado, per non parlare delle università, territorio tanto caro alla sfegatata Sinistra mangiatutto? Se lo ha fatto e ha ancora il coraggio di parlare di de-ideologgizazione, complimenti. In quanto ai giovani al governo... sempre secondo Lei, chi ce li ha sistemati per benino quei giovani, in gamba o meno in gamba, preparati o meno, onesti o meno... mica, per caso, non sia mai, i vecchi incancreniti potentastri di vecchia data, noooo?

Lei pontifica. L’Italia necessita di ben altro. E nemmeno tanto di questi “giovani de-ideologgizati” che, al contrario, a mio parere, sono severamente governati a bacchetta, pena l’uscita dal “giro”...”. Personalmente, sono ben adulta e ho convinzioni liberali e quanto vorrei detenere il potere, quello vero, quello di Merlino e di Morgana, per un paio d’anni. Anche la bacchetta magica vorrei, per comandare al marciume di scomparire sotto terra e rimettere in piedi con mosse mirate, corrette, indirizzate alla ripresa di questo Paese eroso e corroso da pochi. Ma forse i pochi sono troppi. Comunque, troverei il modo di farli smaterializzare. L’Italia è un Paese a ben altre vocazioni e quelle sono state ignorate e calpestate e oggi si blatera di riportare in auge di questo e di quello. Chiacchere. Ci vuole prima una decisa piazza pulita, nelle imprese, tra la gente imbastardita, tra chi condiziona in infinite maniere il vivere sociale, causando profonde modificazioni antropologiche irreversibili, al solo, vero, disgraziato fine di ottenere un profitto.

La società di “bassa lega”, il “popolino” e, ormai, la media borghesia, vengono palesemente sfruttati e divorati come fossero pastura per piranha. Magari, un giorno, qualche piranha finirà col diventare più grosso e più grasso degli altri e li divorerà per poi scoppiare.

Commento a http://www.ilfoglio.it/politica/2016/03/17/centrodestra-roma-in-che-senso-ha-ragione-berlusconi-quando-dice-che-roma-storia-di-fasci___1-v-139501-rubriche_c223.htm




Fini, senza vergogna, si taccia. In quanto alla signora Giorgia Meloni candidata sindaco di Roma... la vedo drammatica, al di là della retorica di cui le "femministe" infarciscono i loro proclami. Deus meus. Ho portato avanti quattro gravidanze; affrontato quattro parti; cresciuto quattro figlie. Oggi sono alle prese con una seconda nipote che per crescere presto e bene risucchia pure l'anima della madre, giorno e notte. A meno che la signora Meloni non intenda delegare (in gravidanza per motivi di stress che certamente un eventuale mandato finirebbe per causarle, e in periodo di allattamento perché dovesse essere che la notte dorme poco e il giorno meno) come pensa, fosse mai, di potercela fare ad affrontare il mostro Roma Capitale, dovesse toccarle la sorte di venire eletta Sindaco di detta città? Roma e il marciume e il degrado e la corruzione che la sommergono e rendono invivibile e non-amministrabile; Roma che va obbligatoriamente recuperata in modi e maniere che nemmeno uno Zeus armato di fulmine se la potrebbe vedere tanto buona... Roma che fu Caput Mundi e che oggi è letteralmente una cloaca... signora Meloni, essere donna in via di diventare madre dovrebbe significare principalmente mettere in secondo piano ogniqualsivoglia interesse altro che non sia quello del benessere psicofisico Suo e della creatura che porta in grembo e che si fida di Lei. Signora Meloni, non ci saranno, eventualmente, soltanto campagne elettorali sfinenti ed Ella lo sa bene. Il peggio verrebbe dopo. Altro discorso sarebbe se Ella fosse una "semplice impiegata", di quelle che al mattino fanno la chiamatina in ufficio per comunicare che non si presentaranno al lavoro per via di una qualche indisposizione. Lei comprende la differenza, ne sono certa. Le femministe sfegatate, quelle delle quote rosa ad ogni costo, quelle che casa e famiglia mamma mia che schifo io ho studiato e voglio contare... sì, le ore, el dinero, le discussioni fuori le mura... Signora Meloni, io contavo, a suo tempo. Anche el dinero. Ma ho preferito essere congruente con la scelta di formare una famiglia. Una FAMIGLIA, presa sul serio, col dovuto senso di responsabilità... altro che amministrare un Comune. La Famiglia, abbandonata e falsamente beatificata a chiacchere da questo Stato infido e patrigno, resta il vero baluardo contro la mercificazione di un Popolo. Io ci credevo e insieme a mio marito, ho contribuito alla crescita di quattro ragazze perbene, creative, studiose, che oggi operano onestamente all'interno del tessuto produttivo di questa povera Italia. Pensi Lei, pagano perfino le tasse. Lei ha la libertà di scegliere e di dare un vero esempio alle donne Italiane, quelle col cuore in mano. Penso che dal cuore e dal rispetto degli ideali basilari della Vita, solo, possa scaturire l'amore per una buona politica, democratica, al servizio del benessere comune. Non del Comune.


mercoledì 16 marzo 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/13/economia-sbraita-sulla-diseguaglianza-per-sottomettere-individuo-allo-stato___1-v-139348-rubriche_c287.htm



http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/13/economia-sbraita-sulla-diseguaglianza-per-sottomettere-individuo-allo-stato___1-v-139348-rubriche_c287.htm

Les putains de la République, articolo di Ritanna Armeni

Les putains de la République

Il tabù della prostituzione al centro della disputa tra Agacinski e Badinter, femministe e filosofe francesi (che non sono mai d’accordo su nulla)
di Ritanna Armeni | 28 Novembre 2013 ore 06:59

Donne rivali, sì rivali, che si scontrano apertamente e aspramente alla faccia di chi le donne le vorrebbe sempre d’accordo, sempre solidali e, quindi, un po’ sceme. Elisabeth Badinter e Sylviane Agacinski sono due filosofe anzi, come ha detto qualcuno, due star della filosofia. Si avviano ai settant’anni e sono belle. Entrambe hanno alle spalle un impressionante elenco di libri, articoli e saggi. Entrambe appartengono alla gauche, sono madri (la prima di tre figli, la seconda di uno) sono e sono state legate a uomini importanti. Sylviane Agacinski, madre francese e padre ingegnere polacco immigrato in Francia, ha avuto un figlio dal filosofo Jacques Derrida, il teorico del decostruzionismo, ed è sposata da molti anni con Lionel Jospin, ex primo ministro e mostro sacro dei socialisti francesi. Elisabeth Badinter, figlia di Marcel Bleustein-Blanchet, magnate e fondatore di Publicis, terzo gruppo editoriale al mondo, è la moglie di Robert Badinter, ministro della Giustizia di François Mitterrand quando la Francia abolì la pena di morte.
Entrambe si dichiarano femministe. In cima ai loro interessi c’è e c’è sempre stato il rapporto fra i sessi. Su questo hanno scritto la loro montagna di opere. Eppure, queste due donne apparentemente simili, non sono d’accordo quasi su nulla e su tutto discutono, polemizzano, litigano da anni. E ogni volta mettono sul piatto del dibattito pubblico principi, valori, visioni del mondo.
La battaglia più recente è di qualche giorno fa, a proposito della legge che vuole introdurre in Francia sanzioni per i clienti delle prostitute, e che in questi giorni è all’esame dell’Assemblea nazionale. Agacinski a favore, Badinter contro. Negli ultimi mesi lo scontro era stato sulla legge che introduce il matrimonio gay. Badinter a favore, Agacinski contro. E ancora, corollario della questione precedente, sulla legalizzazione della pratica dell’utero in affitto. Badinter a favore. Agacinski contro.

Elisabeth Badinter ha posizioni nettamente gauchiste che lei è capace di declinare con una autorevolezza speciale e occhi di ghiaccio. In un’audizione all’Assemblea nazionale ha parlato a favore del matrimonio fra omosessuali per tredici minuti. Severa, pedagogica, inflessibile. E’ apparsa rispettosa certo, ma sotto sotto un po’ sprezzante. “Chi lo rifiuta – ha spiegato – lo fa per due ragioni: per il fatto che esiste una rappresentazione millenaria dell’unione della donna e dell’uomo come l’unica legittima nella nostra società e per il fatto che il matrimonio per tutti aprirebbe la via all’omoparentalità”. Lei smonta le obiezioni. “Si dice spesso – afferma – che un bambino ha bisogno di una madre e di un padre per crescere bene. Del papà perché lui nell’immaginario collettivo è fermo, severo, retto e inflessibile, della mamma perché si suppone dolce che cucini bene e usi l’ammorbidente Cajoline. Ma – prosegue Elisabeth Badinter – non perché si è madre o padre che si è buoni genitori capaci di rispondere adeguatamente ai bisogni dei bambini. Non è perché si è messo al mondo un bambino, che si è dotati degli ormoni della maternità, che si saprà amarlo. L’istinto materno è un mito e la femmina non è che una femmina animale. Ha una storia e un inconscio che potrebbero giocare i peggiori scherzi con tutte le conseguenze che si sanno sul bambino. In fondo – conclude – si parte come sempre dall’idea che una donna è fatta per amare i bambini che porta in grembo. Non ne posso più di questo pregiudizio naturalista che è smentito tutti i giorni. Dobbiamo accettare che le donne sono diverse”.
Ha un che di rassicurante per noi donne di sinistra la inflessibilità di Elisabeth Badinter. Anche ciò che può sembrare oramai luogo comune appare pensiero nuovo e luccicante. E poi le riconosciamo una coerenza che ci ha aiutato non poco. Sono anni che lei, madre di tre figli, cerca di smontare quel “mito della maternità” che ha oppresso decine di generazioni di donne. Dopo quell’altra benemerita che negli anni Settanta ci ha aperto un mondo (parlo di Betty Friedan e della sua “Mistica della femminilità”) lei ci ha dato una bella mano. Ricordo ancora il senso di liberazione che ho provato quando ho letto ormai molto tempo fa “L’amore in più. Storia dell’amore materno” (pubblicato nel 1981 da Longanesi e da poco ripubblicato da Fandango). Sosteneva che quel sentimento così celebrato e ritenuto “naturale” era in realtà recente, prima le madri non avevano mica quell’attaccamento ai figli che oggi va tanto di moda. E poi la soddisfazione che ha procurato a me, madre imperfetta, il suo più recente. “Le conflit: la femme et la mère”, tradotto in Italia con “Mamme cattivissime?” (Corbaccio). Elisabeth Badinter fa l’elogio di quella madre mediocre in cui tante anche delle nuove generazioni possono riconoscersi. E se la prende con quella alleanza reazionaria formata dai movimenti ecologisti, da una vasta corrente di pediatri e di psicologi e dal “femminismo della differenza” che le colpevolizza chiedendo loro la perfezione e in realtà vuole distruggere “la donna” in nome della “madre” e “che al figlio deve tutto il suo latte, le sue cure, il suo tempo, le sue energie. Una nuova forma di dominio maschile”, dice.
A leggerla si tira un sospiro di sollievo. Ci culliamo con qualche serenità in quelle sicurezze che abbiamo faticosamente conquistato. Poi incontriamo Sylviane Agacinski e le nostre contraddizioni ci vengono ributtate tutte addosso. Perché finora siamo state convinte che la libertà della donna non possa non coincidere col benessere e la libertà dell’umanità. Lei non la pensa così. E quindi addio sicurezza nell’emancipazione e nell’infallibilità del progresso.
Sylviane Agacinski non è d’accordo col matrimonio gay. Lo ha detto e ripetuto fin da quando in Francia è iniziata la discussione in Parlamento. Ma non si deve pensare a un Giovanardi in gonnella. Non è una retriva, una reazionaria, omofoba e perbenista. E’ preoccupata per le implicazioni delle scoperte scientifiche, che permettono agli omosessuali di avere figli sconvolgendo rapporti biologici e certezze millenarie, provocando la fine della civiltà e della società così come l’abbiamo conosciuta finora. La famiglia – dice – non può che essere dominata da una matrice biologica, “perché anche cercando l’universale nelle nostre vite non possiamo non riconoscere che un figlio può originarsi solo da un padre e una madre, ovvero da un uomo e una donna”. E poi il grido d’allarme: il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’accettazione che essi possano avere dei figli non può che portare al mercato delle madri surrogate, e quindi al commercio di esseri umani. Ammetterete che chi, per appartenenza alla sinistra, ha già molte difficoltà ad accettare il lavoro come merce, immaginare il corpo femminile comprato e venduto perché possa fare figli per qualcun altro provoca qualche brivido. Anche noi, pur convinte che sulla maternità sono state raccontate un sacco di frottole a uso e consumo maschile, quando sentiamo i dati sui prezzi dell’utero, sul business che si è creato attorno a esso, o osserviamo la condizione delle madri surrogate e la pericolosa deriva dei compratori che pagano e quindi vogliono il figlio bello, alto, biondo, con gli occhi azzurri, e per questo si rivolgono preferibilmente ai paesi dell’est, rimaniamo inorridite. Dice Sylviane Agacinski: dietro il matrimonio gay c’è una deriva pericolosa, la fine della procreazione e dell’avvicendamento della generazione così come li abbiamo conosciuti finora. E non protegge per niente la donna, anzi ne utilizza il corpo, lo rende merce. E certo non ci sono dubbi sul fatto che nel nuovo mercato dei corpi saranno le più deboli e le più povere a rimetterci. Anche lei ha scritto un libro che è stato riedito proprio in queste settimane “Corps en miettes”, corpi in vendita, nel quale chiama alla resistenza contro il baby business che ha bisogno dell’utero in affitto. La propaganda in favore del Gpa (gestation pour autrui), scrive “non maschera la violenza di questa pratica. Si deve resistere in nome della dignità della persona umana”.
Sylviane Agacinski parla in nome dell’umanità, del suo futuro. Anche lei lo fa con la durezza di chi afferma principi incontestabili. Ed è questo che, a un certo punto, lascia dei dubbi. Come si sa in nome dell’umanità sono stati commessi molti delitti e si sono fatte le peggiori nefandezze. In nome dell’umanità si è ucciso e torturato. Ma senza andare così lontano possiamo dire che, sempre in nome dell’umanità, si è procurata l’infelicità di molti singoli, uomini e donne che hanno dei problemi e cercano di risolverli, che per esempio vogliono un figlio e non riescono ad averlo, sono omosessuali e non vogliono essere discriminati nei sentimenti, sono malati che vogliono che il progresso scientifico dia loro delle cure. E’ per loro concretamente che si fanno le leggi. E allora forse il problema è averne cura, indirizzarli, aiutarli a comprendere e perché no? fare tutto quello che le leggi umane, nella piena consapevolezza della complessità e dei rischi, possono fare per eliminare disagi, ingiustizie e regalare un briciolo di felicità in più. Dirigerla secondo principi che suonano astratti è spesso crudele.
Elisabeth Badinter attacca la rivale proprio su questo punto. Prende le parti di chi soffre, di chi rivendica un pezzo di felicità. Il corpo può essere gestito e non, necessariamente e mercantilmente, usato. Quindi ci può essere una gestazione attraverso un’altra e questa può essere “etica”, non remunerata e quindi può essere legalizzata. Di conseguenza ha chiesto il riconoscimento dei figli nati all’estero attraverso la Gpa. “E’ una pratica riconosciuta – ha detto – come parte integrante della procreazione medicalmente assistita da parte della Organizzazione mondiale della sanità”. “Ci sono tante donne – racconta ancora – che adorano essere incinte e che non sopportano la responsabilità di educare un figlio. Ne ho abbastanza – e queste parole sono indirizzate direttamente a Sylviane Agacinski – che si usi la parola mercificazione. Prevedere la possibilità di portare un figlio per altri mi sembra apra a qualcosa di accettabile e sostenibile”. Secondo Elisabeth Badinter, insomma, è possibile un sistema che verifichi che la madre portatrice sia gratuita e tutti gli intermediari siano gratuiti. Possibile, ma difficile, verrebbe da rispondere. Perché i dati in questo caso sono inequivocabili e crudeli. Sono pochissime le donne che offrono gratuitamente il proprio corpo perché un’altra possa avere un figlio. Molte, invece, a quanto pare, sono disposte a venderlo. E con questo bisogna fare i conti. Se Sylviane Agacinski per difendere le sue idee ha bisogno di una concezione pessimista dell’umanità, Badinter ne dà una troppo ottimista.

L’ultimissima puntata (per ora) dello scontro fra le due riguarda, come si diceva all’inizio, la prosposta di legge sulla prostituzione che punisce il cliente con una ammenda di 1.500 euro, raddoppiabile in caso di recidiva. Agacinski è d’accordo, e l’ha sempre sostenuta anche quando decine di intellettuali, in un appello pubblicato dal Nouvel Observateur, si sono pronunciati contro. Tanto più la difende oggi di fronte all’appello dei “343 salauds” che hanno provocatoriamente protestato al grido “touche pas à ma pute”, giù le mani dalla mia puttana. Non si sono fatte attendere le dichiarazioni opposte di Elisabeth Badinter, tra i firmatari dell’appello sul Nouvel Obs (“pensiamo che ciascuno abbia il diritto di vendere liberamente le sue virtù, e persino di trovarlo appagante. Rifiutiamo che dei deputati emanino norme sui nostri desideri e sui nostri piaceri”). “La proposta di legge mi sembra una dichiarazione di odio contro la sessualità maschile – ha dichiarato – e lo stato non deve legiferare sulla sessualità degli individui, decidendo cos’è bene o male”. E in un’intervista pubblicata il 29 ottobre scorso dal Corriere della Sera ha insistito: “Esiste la prostituzione libera praticata da persone che decidono consapevolmente e senza costrizione di disporre del proprio corpo. Io, da vecchia femminista degli anni Settanta, penso che una donna abbia il diritto di usarlo come vuole. O lo stato vuole promuovere l’ideale di una sessualità sempre e solo legata all’amore? E chi gliene dà il diritto?”. “Non è normale – ha detto il 20 novembre al Monde – che le donne possano prostituirsi mentre agli uomini sia proibito andare con le prostitute”. Si può lottare contro la tratta e la schiavitù solo se le prostitute possono denunciare chi le sfrutta senza temere per la propria vita. Quindi devono usufruire dell’assicurazione sanitaria, devono avere dei documenti, devono essere aiutate in tutti i modi possibili. Punendo i clienti non si risolve niente.
Il legislatore, risponde Agacinski, “non ha la vocazione di intervenire nella morale privata delle ‘mantenute’ o dei ‘gigolò’, cosa che peraltro gli sarebbe impossibile. Ma è suo compito dire se il corpo umano e suoi organi possono essere considerati come merci a disposizione del pubblico, cosa che sarebbe contraria al diritto francese”. A coloro che rivendicano la libertà di prostituirsi, che affermano la libertà di ciascuno di fare ciò che vuole del proprio corpo, risponde che questa libertà in realtà nasconde “l’ineguaglianza sociale tra acquirenti e venditori” e si appoggia “su un sofisma”: “Affittare i propri organi, metterli a disposizione di una folla di clienti che ne fanno uso o abuso a loro piacimento, perché pagano, costituisce una rinuncia alla libertà e un asservimento specifico delle persone che si prostituiscono. Non ci può essere una ‘libera’ prostituzione così come non vi può essere una libera schiavitù”. E ancora: “La libertà di prostituirsi è ugualmente un’illusione in un’epoca in cui le prostitute realmente indipendenti rappresentano una parte infima della prostituzione, dominata dalle reti più che organizzate dell’industria del sesso”.
Il litigio continua e, a pensarci bene, non può che essere così perché queste due donne, filosofe, femministe e da anni abituate a intervenire nella sfera pubblica con tutto il proprio peso non sono in disaccordo su questa o su quella questione legislativa, ma su temi fondamentali, a cominciare da quello su cui due femministe in un immaginario comune dovrebbero essere d’accordo: il ruolo e la libertà della donna nella civiltà occidentale. Per Elisabeth Badinter le donne devono smettere di considerarsi e di farsi considerare delle vittime. Oppure di presumere una certa superiorità morale in quanto donne. E, ancora, cercare la vendetta sugli uomini. “A voler ignorare sistematicamente la violenza e il potere delle donne, a proclamarle sempre oppresse e quindi innocenti, si dipinge un’umanità divisa in due che non corrisponde alla verità. Da un lato le vittime dell’oppressione maschile, dall’altro i carnefici onnipotenti”, afferma provocatoriamente. Già nel suo saggio del 2003 intitolato “Fausse route” (in italiano “La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio”, Feltrinelli), Badinter aveva attaccato la misandria, le nuove leggi sulla “parità” politica e il modo in cui per legge si pensava di risolvere la questione della violenza e dei delitti ai danni delle donne. Le sue dure parole le hanno guadagnato l’accusa di non essere più una vera femminista, e lei ha risposto che “la vocazione del femminismo non dovrebbe essere quella di condurre una guerra di genere cercando una vendetta contro gli uomini”. Ciò che le donne devono raggiungere positivamente e senza tante storie è un’eguaglianza che nella storia per lungo tempo è stata loro negata.
Eguaglianza? Sylviane Agacinski – ci pare di vederla – scuote la testa. Anche lei abbandona ogni diplomazia. Parola di matrice illuminista, dice dell’eguaglianza con un certo disprezzo che non tiene conto della realtà, della vita e della storia degli uomini e delle donne, della biologia. La fondamentale dicotomia della vita, per Agacinski, resta così quella tra uomo e donna: piuttosto che pretendere che questa differenza non esista o sia trascendente è meglio riconoscerla e puntare sulla parità. Parità, attenzione, e non eguaglianza che è un’altra cosa. Sylviane Agacinski appartiene al mondo del femminismo della differenza, lo rivendica e fa inorridire – immaginiamo – la filosofa rivale.
Parlare di diritti basati sulla differenza invece che sull’uguaglianza significa, per Elisabeth Badinter, ridurre la nazione a un insieme di tribù, che inseguono ciascuno il proprio interesse. E l’interesse generale della nazione, quello universale che riguarda tutti uomini e donne? Più si va avanti più lo scontro diventa profondo. E anche straordinario, senza un pettegolezzo, un insulto, una parola di troppo. Usando il dibattito, i libri, i saggi, gli interventi sulla stampa. Con un protagonismo non formale nel dibattito pubblico.

Diciamolo pure: di fronte alla faticosa presenza, se non all’assenza, delle donne nella vita pubblica italiana, una certa invidia nei confronti delle cugine e dei cugini francesi che possono ogni giorno confrontare le loro idee e confrontarsi su di esse, grazie a due donne che non temono il confronto e lo scontro pubblico, la proviamo.