lunedì 24 novembre 2014

Ripropongo le riflessioni su Il Processo di Norimberga, con qualche aggiunta


Un film documento di grande importanza storica. Un film di una forza morale trasposta al tempo del vero cinema, sul grande schermo, come di rado mi è accaduto di vedere. Un film. Di quelli che ci si aspettava di vedere, non per la crudeltà del soggetto, ma per la perizia e a volte, per l'onestà intellettuale di coloro che partecipavano all'elaborazione di quanto sarebbe andato in scena e poi, nelle sale, a informazione, come nel caso de "Il processo di Norimberga" svoltosi a carico di autorità tedesche colpevoli di crimini contro l'umanità, coperti dalla coltre di nebbia di una guerra.

Un processo che ha visto soggetti specifici, condannati. Una sentenza che non ha lasciato via di fuga alla coscienza collettiva della Germania e di ogni tedesco sopravvissuto a quei tempi estremi, seppure i colpevoli, condannati dal tribunale di Norimberga, non abbiano scontato la pena prescritta. La legge del profitto e della convenienza generale, come denunziato nel corso del processo stesso, ha avuto la meglio, conniventi altre nazioni che dal minimizzare - se non quando dal mettere a tacere -,  hanno imbastito futuri guadagni che a lungo andare, a punizione del misfatto, ci ridurranno polvere. Non che altri, altrove e in ogni tempo, non abbiano perpetrato orrendi delitti, genocidi. Ma in Germania, un popolo sviluppatosi nel cuore di un'Europa illuminista, terra di cultura, di musica e pittura e scultura e letteratura e ogni qualsivoglia altra forma d'arte... Nutrire nel seno di cotanta culla una tale serpe, ancora oggi ci impone di riflettere e, soprattutto, ci deve spaventare. Identiche perfidie, meschinità, bassezze dell'animo umano che hanno devastato la Germania sono emerse, seppure in ben minor misura - ma chi decide se la vita di un singolo uomo non valga quanto quella di milioni di assassinati - anche in Paesi come il nostro in tempi più recenti e ancora oggi sfacciatamente glorificati al di là di ogni possibile accettazione di mea culpa laddove coscienza imporrebbe. Il film è un'opera d'arte in senso lato: il tema trattato, la regia, la sceneggiatura, la sequenza delle scene. La bravura degli attori, attori veri, attori che per entrare nella sfera dei grandi frequentavano il pregiatissimo "Actors' Studio", tra i migliori che la cinematografia americana abbia prodotto: Spencer Tracy, Richard Widmark, Burt Lancaster, Montgomery Clift, Maximilian Schell, europeo nel sangue ed estremamente adatto a interpretare la parte dell'avvocato della difesa. Ogni arringa, una verità che in alternanza scalzava ora l'una ora l'altra faccia di quella terrificante medaglia. Ciascuno, nella forza del proprio ruolo, ha saputo imprimere ai personaggi una profondità che ha colpito nel segno delle coscienze. Vera la crudeltà mentale, vero il terrore perfino di respirare uno in faccia all'altro per tema di venir denunciati. Tutto vero e temibile, eppure, attraverso le parole del giudice della corte, viene espresso un grande concetto di fondo: se il giudice tedesco che firmava inique sentenze era un cultore della giustizia, tanto più colpevole, a calpestare il senso della dignità umana di coloro che andava mandando a morte, sapendo di fare ciò. Tanto più da condannare poiché un tal misfatto andava a ledere la speranza di salvezza dell'animo umano, non solo di creature innocenti delle colpe ascritte loro. Un film toccante e nella durezza delle requisitorie e dei filmati mostrati e nelle vie della ricerca delle colpe e di una giustificazione corale allo scempio. Ma di certo, il processo, obbligando il senso della vergogna di un popolo a emergere, lo ha anche spinto a nutrire dentro di sé un sentimento di estraneità e di vendicatività per essere stato smascherato. Riproposto, il film mi ha spinta a riflettere su motivazioni recondite di una tedesca a capo di un governo tedesco: sono riemersi dallo sfacelo con le unghie e con i denti, ricostruendo una Germania distrutta. La voglia feroce di rivalsa di un popolo, dei figli di coloro che non vollero sapere, che necessita di sentirsi lavato della colpa, fosse pure attraverso il conseguimento di meriti economici che li ha visti primeggiare, trova altre vie per tentare di imporre un'egemonia del riscatto. Il popolo ebreo non dimentica e persegue il culto del ricordo per non rischiare di ricadere vittima degli stessi orrendi crimini. La memoria degli uomini non archivia, anche se l'uomo cammina pensando che non ci sia necessità di guardare indietro. Il popolo tedesco non dimentica, archivia e in qualche modo, cerca rivincita. Aggiungo a quanto sopra, dopo aver rivisto il film sull'attentato di via Rasella a Roma - e da qualche parte devo aver scritto qualcosa in proposito - che è vero che la guerra è guerra, eppure, nel profondo della coscienza ciò che dovrebbe sostenere l'Uomo nell'affermazione della propria superiorità evolutiva, è il senso del limite imposto dall'onore, dal rispetto, seppur paradossale, della vita umana. Il duello sembra essere rimasto l'unico punto di riferimento onorevole, sebbene le cause fossero comunque assurde. Veniva concessa, alla pari, la possibilità di salvare l'onore ovvero, la faccia, di fronte a una comunità governata da valori che oggi appaiono perfino meschini ma che, a ben guardare con occhi di quei tempi, avevano lo scopo di salvaguardare le basi dell'ordine sociale costituito. Nel film, la personalità del colonnello Kappler si stempera, in qualche modo, nell'immagine fisica di chi lo impersona per lo schermo: un affascinante Richard Burton, pacato perfino, quel tanto da far quasi passare il messaggio che Kappler fosse "buono, umano". La sua fermezza nel tenere testa al generale che intendeva compiere ben altro sterminio ritorsivo, nasce però - e solo poche parole pronunciate di sfuggita da un sottoposto lo fanno intendere - dall'esigenza razionale di salvare il salvabile della facciata di un esercito perdente che presto avrebbe abbandonato Roma. Una forma di clemenza avrebbe autorizzato i tedeschi a far la parte delle vittime, solo quello. In verità, l'abominio delle menti  di chi manovra gli scempi è tale, che le vittime, di ogni colore e patria, si fanno burattini e nell'altro vedono soltanto il nemico. Invece, anche dietro i ragazzi, gli uomini che marciavano lungo via Rasella, c'erano altrettanti figli, fratelli, compagni, padri di qualcuno che col cuore in gola ne attendeva il ritorno. E' come organizzare combattimenti di galli. La Terra paga per tanto sangue. Tutti paghiamo. E l'Universo intero soffre e rischia l'implosione. Ma di questo, i mostri che ci circondano rifiutano la consapevolezza. Dunque, io stessa mi tiro fuori dal cedevole nastro e punto il dito come fosse la bocca di un cannone. Alla fine, se il Bene ha da Vincere, il Male ha da morire.

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