lunedì 3 novembre 2014

Parole in fila per una figlia amata, 3 novembre 2014




Parole in fila per una figlia amata, 3 novembre 2014



Siamo al pomeriggio, dopo varie ed eventuali faccenduole. Dopo, soprattutto, la tua visita con caffè e gallette di farro farcite di marmellata di more. Per non dire dei petali di rosa. Grazie, stella mia.
A notte, ancora nemmeno alba io, invece di accenderti la stufa per farti trovare un ambiente fisico caldo, a riflesso di quanto calore vorrei riuscisse a confortarti dentro - e così sembra non essere, poiché dal gesto, l'intenzione interiore fatica ad arrivare intatta; di offrirti una forma di sostegno che so, del pane, un biscotto, un frutto in più, un piatto già cucinato, una mano a riordinare - un'invadenza -, oggi ti scrivo.
A volte emerge come una segreta volontà di negazione, in genere mero riflesso di qualche antica inquietitudine che non si riesce a manifestare appieno. Dunque, oggi ti scrivo per offrirmi la possibilità di un confronto senza replica immediata, che a volte è solo motivo di uno scontro che, fosse pure per un momento alza barriere, pur se nell'intimo la verità affettiva insopprimibile è lì, pronta a manifestarsi per farsi accettare e confortarci, semplicemente.
Senza prolissità ma, per verità genetica, quando non pervertita, rientra nell'ordine delle cose che l'essere generante, in particolare colei che ha generato, non possa nutrire altro che di bene l'essere cui ha dato forma e respiro.
Al contrario, la creatura creata, nel suo percorso di formazione individuale ha, necessariamente, l'esigenza, il compito, il dovere, di seguire un processo che la condurrà a un distacco di crescita. La mitosi cellulare è manifestazione primigenia di tale fenomeno naturale. Il distacco, di qualunque genere, raramente è indolore. Esso rappresenta un salto nell'inconosciuto e presuppone la sedimentazione di una scorza di estremo coraggio.

Nel mondo animale, in cui ogni forma di percezione è puramente istintuale, entrare nella sfera che obbliga alla sperimentazione di spazi e luoghi e tempi, il mondo del confronto-scontro con tutto ciò che rappresenta "altro da sé", non sembra causare conflitti, sforzi emozionali, dolore. Altro è per l'uomo che, in qualche forma, si avvale del legame emotivo, affettivo, intellettuale che gli fa da piattaforma di lancio da cui spiccare il proprio volo - ma che sempre e nonostante ogni sforzo eventuale o apparente, a quella piattaforma rimane collegato, poiché è avvalendosi di quel nutrimento di memoria ancestrale che egli segue il suo percorso di evoluzione. 
Questo termine si veste, nei tempi, di colori differenti, ma poiché è l'uomo stesso che gestisce, manipola e condiziona il proprio sviluppo - ecco, forse questa, di definizione, è meno impropria -, non sempre si vive nell'epoca del bon ton, diciamo. Il bon ton definisce l'equilibrio che si raggiunge soltanto quando esso è la rappresentazione di una verità interiore consolidata. Il bon ton non si mistifica.

Ogni deviazione, giusta e necessaria quando si manifesta come forma di sperimentazione nel corso della ricerca verso l'equilibrio, comporta forzatamente un impegno gravoso. Per affermarsi, l'individuo utilizza mezzi anche taglienti. Ma dove, colui che giunto al termine del processo di giusto, doveroso distacco schivando la trappola dell'abbandono, sia riuscito a volare tanto alto da essere in grado di vedere e rispettare appieno l'altrui individualità e di apprezzarne, perfino, il valore nel confronto costruttivo, irritante a volte... Come per ogni cosa, gesto, pensiero, funzione, il processo di autoaffermazione, invece di liberare, può divenire una limitazione relazionale il cui superamento richiede successivo, notevole impegno.

Parlare, scrivere... Comunicare, sarebbe altro. Noi due abbiamo difficoltà a comunicare tra di noi. Le nostre seppur rare chiaccherate sfociano spesso in discussioni e a te viene il pianto in gola e come me, d'altronde, ti è difficile manifestarlo, semplicemente, come atto di umana necessità. I tuoi toni nei miei confronti diventano aggressivi anche quando provi a rapportarti a me come persona e non come madre anzi, non riesci a percepirmi come persona, semplicemente, che possa nutrire pensieri e valori che, seppur apparentemente distanti dai tuoi, possano avere una propria valida identità.

Tentando di osservare dall'esterno e proiettando lo sguardo all'indietro, percepisco una forma di riparo che di certo ha radici nel nostro vissuto in comune ma che, al di là di frasi e rinfacci strozzati, non hai mai voluto sviscerare. Non con me, unica fonte - seppure tale affermazione possa venir ritenuta una forma di superba stoltaggine, contraria a quanto veicolato dal pensiero di una psicologia corrente che a volte ha necessariamente dovuto impadronirsi di ruoli che la formazione di un buon dialogo tra gli interessati gli avrebbe negato, - fonte cui rimane difficile manifestarsi proprio perché tra interessati, ma da cui potrebbe sgorgare per poi fluire a doppio senso, un balsamo guaritore per entrambi. Lo auspico sempre e comunque, perché siamo insopprimibilmente madre e figlia, amatissime l'una per l'altra.

Mia madre non aveva idee che esulassero dal vissuto quotidiano o perlomeno non le manifestava. Forse non c'è stata l'occasione. Mia madre non comunicava; era una donna che viveva chiusa nel cerchio ristretto delle necessità di un nucleo familiare che inglobava le proprie, in un ruolo al cui interno non si era aperta forma di scambio significativo. Io, tra l'altro, ero uno spirito indipendente, una "maverick", una che poi, nella vita non ha mai svenduto la libertà di spirito, figurati, non soddisfacevo il suo bisogno di sicurezza, di appoggio proiettato a sostenere necessità future, che generava una forma di possessione a cui mi sono sempre sottratta. Mia madre faceva esercizio di lettura avvalendosi di pettegolezzi spacciati per informazione, seppur frivola. Manteneva attive le sinapsi impegnandosi quotidianamente nell'uso della vecchia, gloriosa, ormai jurassica Settimana Enigmistica. Non ha mai scritto altro che la lista della spesa. Non aveva la più pallida idea di quanto si potesse muovere intorno al suo ambiente circoscritto, figuriamoci dunque quanto estraneo, distante, le fossero il mondo e il resto degli individui. In quanto a percepirli come "umanità", non ritengo questo concetto abbia mai fatto parte dei suoi pensieri coscienti.

A ben riflettere, proprio questo l'ha tenuta al riparo anche da ogni forma di confronto viscerale. Io non ho mai aggredito verbalmente mia madre e lei, in cambio del suo non comunicare, è rimasta schermata, salvata in qualche modo, da quella dose di strapazzamento emozionale che si genera nei rapporti cosiddetti stretti, in particolare, madre-figlio. Figlia, forse, più intensi. A volte. Oppure, più spesso. Dico più spesso, poiché attribuisco all'essenza dello spirito femminino una valenza preponderante, seppur non unica poiché questo la renderebbe tronca, inetta, per gli scopi di raggiungimento dell'equilibrio necessario, appunto, al mantenimento di quella perfezione cosmica al cui interno si potè sviluppare l'essere pensante. Comunque, alla fine, il concetto si staglia con evidenza: soltanto chi resta immobile non causa scontro. L'immobilità che concede l'immersione nel Tutto, è il lusso estremo di pochi. I muti poi, i sordi, in apparenza svantaggiati, hanno forse, dal tempo di una presa di coscienza del loro diritto a condividere l'esistenza con i cosiddetti normali, una forma di vantaggio su questi, che hanno dovuto impegnarsi a comprenderne i linguaggi. Ma se mai volessero isolarsi, ne avrebbero le vie e i modi inattaccabili.

Ogni tanto svicoli e dici che non vuoi sapere. Stavolta, ascolta, non per essere bombardata, ma perché in quello che andrai leggendo ho cercato di mettere il mio intimo pensiero, nei modi che non mi riescono verbalmente. Fino a un certo numero di anni addietro, pensavo al mondo e mi figuravo la sua forma sferica, resa appena imperfetta da quel vago appiattimento di cui si narrava soffrissero i due Poli. Potevo visualizzare i segni minimi e filiformi, pullulanti ma non straripanti, a rappresentare tutti coloro che non solo lo calpestavano questo globo, ma lo rendevano Terra da vivere, da far fruttificare. Questo potrebbe essere un limite, oggi, agli occhi di chi queste cognizioni, sensazioni, non le ha vissute nell'intimo: a partire dalla generazione che mi ha succeduta, la vostra dunque.

Pur presupponendo movimenti iniziali di partenza intrisi di grandi ideali, gli approcci a quanto ci troviamo a gestire oggi tra le mani, seppur virtualmente, sono necessariamente diversi. Noi siamo frutto del Trattato di Vienna, delle dichiarazioni di guerra e della Grande Guerra, di lotte e spargimento di sangue volute e decretate a tavolino da chi aveva già la Visione, - seppur allora appena strisciante - di modi di metter le mani su profitti incalcolabili. Visioni spacciate sempre ai popoli, come necessarie a 'salvaguardia' dei confini nazionali intesi come le mura che contengono ogni singola abitazione, a proteggerne gli abitanti. 

A scuola si studiava una Storia intrisa di eroi  i quali, rendendosi disponibili al martirio, si gettavano tra le braccia del nemico, - quel nemico dipinto di nero tanto quanto oggi l'hanno riverniciato di rosa-cilestrino poiché oggi, così frutta meglio. Si studiava e si veniva interrogati sul numero di morti ammazzati e di come fossero periti magari nel risucchio del fango di una sconosciuta, terrificante trincea epperciò ancor più eroicamente, valorosamente riscattati e sospinti, nel proprio disperato intimo, da una indotta coscienza di atto sacrificale di sé, necessario ad assicurare il benessere di quei cari che non avrebbero mai più abbracciato. E ci sono sempre state perfino le commemorazioni gloriose e pompose del Milite Ignoto, ricordo indelebile soltanto per coloro che sono rimasti indietro a piangerlo, spesso senza nemmeno la consolazione di credere, alla sua stessa ingenua maniera, nel valore di quella morte.

Guerre e  ammazzamenti per quello che tanto si affannavano a spacciare come il bene della Patria, la necessaria Vittoria, la doverosa, improrogabile sempre, conquista di altri spazi in quanto vitali; l'espansionismo che avrebbe assicurato pane e lavoro alla progenie - non si poteva non vederne la bisogna, - come doverosa e improrogabile è stata l'assolutamente incostituzionale imposizione golpista del governo Monti e il suo devastante attacco al sistema pensionistico dei comuni mortali e lo sono, altrettanto, la legge di stabilità, il vituperato Job Act e la legge sullo svuotamento del Senato che un governo fantoccio, mai democraticamente eletto dai cittadini, si affretta a velocità supersonica a piazzarci sulle spalle, insieme ai traffici illeciti e ruberie atte a consolidare posizioni incostituzionali. Dell'articolo 18 non ho stima, in quanto mira a conservare privilegi quasi di casta. Una casta che esclude masse di lavoratori affatto tutelati poiché sfuggono al controllo e dunque, al tesseramento nelle fila delle varie organizzazioni sindacali, atto dovuto che li rende potenti e accaparratori di lauti stipendi e prebende. E che dire dello Jus Soli, che andrà a  sovrapporsi indebitamente a una legge che già contempla il diritto di coloro che sono nati in Italia, a richiedere e ottenere la cittadinanza, al compimento del diciottesimo anno di età e che, una volta resa stoltamente operativa, andrà ad aggravare, con i soliti trucchi e benefit, sulle casse di uno Stato che si pasce del sangue dei suoi cittadini indigeni al fine di mai scomparire dalla faccia della terra di questa Nazione? Onestà imporrebbe di pensare davvero, al benessere del Paese. Quello intero. In questo senso, non rilevo segno alcuno di onestà.

Risalendo a un paio di generazioni addietro, ciascuno di noi ha avuto un sacrificato sull'altare di questa benedetta Patria. E la Geografia poi, comprese quelle economica  e politica, si studiava affinché si imprimesse nella nostra memoria collettiva di Popolo Italiano il significato allargato, intrinseco nel concetto di 'confine'. L'idea fondante di tali discipline di studio era in qualche modo restrittiva, ma anche razionalmente costruttiva e poi, tant'è, quelli erano i tempi, frutto di passati dolori e privazioni e solitudini di famiglie smembrate, vedovanze, orfani sbandati e terre abbandonate. Frutto anche della limitazione della capacità e possibilità di viaggiare, di espandere visione e conoscenza. Il nostro dopoguerra è stato un periodo di grande travaglio di ricostruzione. La gente, quella cui in seguito è toccato il marchio di 'normale, comune', - quasi un'infamia, a confronto degli autoreferenziati imbelli e corruttori-corrotti che si sono andati sviluppando in massa, come escrescenze tumorali -, si è letteralmente rimboccata le maniche, ha lottato con le proverbiali unghie e denti per ricostruire partendo da macerie di mattoni e di pensiero, di vite i cui pezzi andavano rimessi insieme. Di onore, persino. Quel concetto di onore che troppe volte è stato vituperato con insolenza, troppe altre calpestato con violenza. Molti, hanno brigato per conferirsi una patina di onorabilità, considerata tale nel momento storico in cui avevano finito col ritrovarsi, rinnegando ruoli anche pesantemente ricoperti, nel loro recente passato.

Ma cos'era questa Patria da far rinascere dopo la devastazione, nel suo complesso, se non una nuova, immensa casa a contenerci noi del Popolo, ciascuno nella propria distinta intimità e giusto diritto alla felicità e al lavoro che permette, in quanto base d'appoggio, di aspirare al suo conseguimento, come narra la tanto sbandierata Costituzione? La Costituzione narra anche di ogni forma di eguaglianza e diritto-dovere di cui si è andato perdendo perfino il sentore dello spirito che ha illuminato i Padri costituenti, pochi eletti, idealisti del tempo che concedeva loro il lusso di essere tali. Una Costituzione manipolata e imposta a bacchetta ai molti che non hanno titolo per discuterla e calpestata da chi avrebbe il democratico dovere di rispettarla, oltre che di farla rispettare. Una narrazione, ormai. Una pulcinellata, ormai. Un'ammuina, appunto.

Siamo, noi, la generazione cresciuta con quello spirito educativo che lascia entrare un ospite quando lo stesso è invitato. Chi entra senza permesso è un occupante. Potrà avere perfino una propria forma di vaga, perfino indotta autogiustificazione, ma resta un occupante che si impone a un ambiente che di per sé, non è responsabile delle sue motivazioni. Un abusivo. Se, al contrario, gli si offre una porzione della propria abitazione dietro giusto corrispettivo - sia esso sotto qualunque equa forma - chi entra, lo fa a pieno, equo diritto. Ma oggi ci sono perfino i comitati, le associazioni degli occupanti abusivi organizzati che inducono e favoriscono, in certe città e quartieri, l'appropriazione indebita di abitazioni assegnate ad altri. Che poi le assegnazioni popolari siano questionabili, è altra cosa e sarebbe motivo di ben altre considerazioni aggiuntive. Ma vorrei anche dire, brevemente, che a fronte di fasce di persone oggettivamente svantaggiate e che dovrebbero averne lecito diritto, ce ne sono di certo altre che ottengono il non dovuto con la sopraffazione e la violenza, pur movimentando apertamente ingenti somme di danaro provenienti da comportamenti malavitosi.
Riprendendo il filo delle mie riflessioni, aggiungo che, al contrario, su di voi sono cresciuti i semi di Maastricht, della formazione di una Comunità Europea che si è rivelata però, impreparata, arrogante, prevaricatrice e falsamente lungimirante. Dico falsamente poiché mi attengo a degli assunti elementari, a partire dalla diversità di sesso. Se uomo e donna sono fisicamente diversi è perché la loro funzione era ed è intesa primariamente al fine di esprimere significati e ruoli differenti. Non a caso, la donna partoriva e restava nelle caverne con la prole e l'uomo partiva alla caccia per procacciare cibo e pelli per riscaldare i corpi che, seppur coperti abbondantemente di pelo, non erano protetti a sufficienza. La donna accendeva il fuoco e lo manteneva vivo; l'uomo contribuiva a tenere lontane le belve affamate che avrebbero distrutto la comunità e con la sua forza e coraggio, la sfamava. Ciascuno sopportava il peso di un'esistenza dura e irta di pericoli. Anche le belve. La tribù era circoscritta e aveva un capo indiscusso poiché già al tempo, in pochi e sparuti che fossero, la litigiosità generata dal bisogno di benessere individuale all'interno della collettività, creava disaccordo. Coloro che non rispettavano le regole necessariamente imposte affinché la vita nel gruppo scorresse nel rispetto di un equilibrio pur sempre precario e dunque da difendere per una qualità di vita sostenibile, venivano, se non giustiziati, ignorati. Espulsi dagli occhi e dalla mente. Morti viventi. Zombi senza terra né appartenenza. Crudele ma, a ben vedere, necessità obbligata, pena il caos. E quando il territorio diventava insufficiente a mantenere una forma essenziale di benessere, si procedeva all'aggressione e appropriazione, all'accorpamento integrato di altri spazi, senza infingimenti. Purtroppo l'uomo è nato bestia e non è ancora riuscito a diventare pienamente umano e di quelle necessità fa oggi perfino spregiudicata virtù.

Andando dalla diversità di sesso possiamo con semplicità arrivare alla diversità territoriale, climatica, geografica, politica, economica e finanziaria che ha fatto la Storia dei vari Continenti e Paesi. Terre bagnate dal mare, invase dai deserti, irrigate da fiumi e riparate da monti e montagne altissime. Terre diverse su cui si abbattono con differente angolazione i raggi del Sole. Questo astro che illumina, riscalda ma brucia, dissecca anche, ha generato nelle diverse popolazioni la necessità genetica di sviluppare uno strato epiteliale diversamente coriaceo da cui sono nate genti dal colore di pelle diverso, perfino opposto, l'uno dall'altro. Dunque, il bianco, il giallo, il brunastro, l'ocra, il nero, altro non sono che l'espressione visibile di una necessità vitale di sopravvivenza nei luoghi di nascita e sviluppo. E i frutti di ciascuna terra, gli elementi nutrizionali che li compongono, anch'essi, altro non sono che l'adattamento di risorse primarie al mantenimento del benessere psico-fisico di coloro che vi sono nati.
Oggi si sente dire che la nascita dell'Unione Europea ha visto sviluppare la pace tra i popoli che la compongono. Falso, come ho detto ieri sera. Oggi si uccide senza concedere ai morenti il diritto di puntare il dito a condannare, o il moschetto per difendersi. Oggi l'aggressione economico-finanziaria è spietata. Non ci sono trincee da scavare per poter almeno tentare di rifugiarsi, se si è deboli quel tanto da diventare ambito oggetto di golosa fagocitazione. Oggi l'avidità, grazie proprio all'abbattimento di concetti che contenevano valori a garanzia di salvaguardia di un equilibrio all'interno delle diverse popolazioni, non ha più freni. Non conosce madri, né padri, né fratelli, né sacralità alcuna.

Concetti, ideali di integrazione e vicinanza di genti vengono sospinti avanti a forza, in mille maniere subdole, creando una falsa idolatria poiché di certo non è fomentando guerre su cui arricchirsi e che spingono forzosamente e intenzionalmente a fuggire dalla Patria d'origine persone che finiscono preda di meccanismi di sfruttamento che poi, alla lunga diviene reciproco, che si aiuta l'umanità a vivere una giusta forma di solidarietà. In questi meccanismi stravolgenti siamo finiti, come altri Paesi, noi. L'Italia calpestata. Io non mi dolgo per me. Comprendi. E' per voi che agito i miei vessilli di parole e di sentimenti ormai burberi, o imbarbariti all'apparenza, perfino. E il danno è su me stessa, innanzitutto, per quel senso di inutilità a incidere su tanto sfacelo.

Tu dici che io, auspicando una resistenza onesta in loco contro i tiranni, piuttosto che una fuga sospinta verso un ignoto dipinto da altri, non penso a quelle genti come persone anzi, se e quando ci hanno mostrato piazze urlanti e manifestanti, non ho riconosciuto la spontaneità di certe sollevazioni, falsamente, a mio avviso, popolari; che non considero i morti annegati come persone; che non ritengo gli sbandati che invadono in maniera più o meno apparente questo Paese lungo e stretto e saturo, persone. Io penso alla nostra Storia e mi sfilano davanti agli occhi della memoria uomini e donne che hanno generosamente combattuto aspirando alla libertà di vita e di pensiero, con sollevazioni spontanee contro quella che di volta in volta veniva additata come tirannia. C'era un'ingenuità delle masse, la rete delle informazioni si affidava a staffette a cavallo, ai tam tam, al passaparola e a una forma di primitiva stampa clandestina con volantini che a distribuirli si rischiava la morte. Era più difficile manipolarle, le masse. Ma vedo anche, in più recente retrospettiva e fino ai giorni d'oggi, troppi individui - piattaforma di lancio di una mortifera casta, appunto - che accettano per interesse, di qualunque genere esso sia, di venire sospinti avanti a pavimentare strade altrui; e che a una tirannia vituperata ne segue sempre, nel tempo, una altrettanto minata nella sostanza di chi fintamente persegue il cambiamento, troppo spesso sospinto da interessi altri, mai apparenti alle popolazioni indotte a insorgere. L'avanzare del benessere materiale rende i manipolatori ingordi e abili mistificatori. E come disse il marchese di Salina "tutto deve cambiare perché tutto resti come prima".

Finite la guerre, tanti di noi sono emigrati, in particolare all'Ammerica. Prediamo quella nazione a termine di paragone. Il concetto di emigrazione cui sono stati sottoposti gli Italiani è stato ben diverso da quello che si intende far passare oggi per buono qui in Italia, che nulla ha mai avuto a che vedere con un territorio tanto vasto. L' America. Quaranta giorni in isolamento a Ellis Island, per cominciare. La fame e gli stenti, ogni tozzo di pane a proprie spese, malattie senza copertura assistenziale alcuna, fino alla morte con seppellimento in seno a una comunità di stenti che spesso poteva offrire solo un pugno di terra. I tempi sono cambiati, malamente, dopo. Con l'isolamento si intendeva preservare il Nuovo Mondo dall'invasione di germi e virus mortali forse non ancora debellati nel Vecchio Mondo. E mi sembra giusto. A tutt'oggi è vietato introdurre fauna o flora da Paesi altri, a salvaguardia della conquistata integrità sanitaria del mondo animale e vegetale. Anche questo mi sembra giusto. E magari, prima di aprir loro le porte del Nuovo Mondo, i malati venivano curati, se non rispediti indietro.

A tutt'oggi, in molti Paesi si entra soltanto con visto d'ingresso turistico, anche questo a sacrosanta salvaguardia di popolazioni inserite nel territorio tutelato e di un raggiunto equilibrio interno. Per conquistarsi un diritto di soggiorno più lungo ci sono pratiche elaborate da esplicare se non erro, quando si è ancora sul proprio suolo natìo. In quanto al diritto a richiedere ed eventualmente vedersi riconoscere, la cittadinanza, il percorso è irto quanto una parete delle Cime di Lavaredo. Magari perfino più alto. A volte irraggiungibile. Il novello cittadino ha da costituire una risorsa. Sembra crudele, anche questo. Ma non ritengo sia così. Se non lo è, va aiutato a crescere nella sua propria Patria, anche con la difesa armata dei suoi diritti contro eventuali dittatori tiranni.

Crudele è, come dicevo, sfruttare le genti, indurle, subliminalmente o coercitivamente a separarsi dai propri luoghi naturali di appartenenza, in cui Madre Natura fornendoli di ogni strumento onde ben rimanervi insediati, li incoraggerebbe, in linea di principio, a vivere. Crudele è costringerli a tagliare radici e legami con la propria terra, quella che assorbe e mantiene i ricordi, perfino quelli eterici del passaggio di ciascuno, a cui, eternamente, per quanto imperfetto e temporaneo potrà mai essere il ciclo vitale di ogni essere, si rimane ancorati, per via di quel filo d'argento che l'uomo chiama Etere, che tutto permea e di conseguenza unisce nella trama universale come all'interno del corpo umano, sotto forma di liquido interstiziale. E proprio a causa e in virtù dell'Etere non c'è alito di vento smosso a uno dei Quattro Venti che non corrisponda a moto energetico nei restanti punti cardinali.  Per questo 'nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte del Tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te'.

Mille strappi, dunque. Uno per tutti: partire per andare verso una vita di sfruttamento o, al contrario, a beffa di una tanto sbandierata integrazione e fratellanza, di assistenzialismo passivo che altro non può che ingenerare parassitismo e malaffare, in ciascuna delle parti in gioco. Intenzionale e mostruoso, nelle menti e nei comportamenti di coloro che mettono a punto i disegni criminosi, tanto più tali in quanto spacciati, come il peggiore degli stupefacenti, per umanitarietà, spirito di accoglienza, come dicevo. Nelle nostre città si affiggono cartelloni con immagini di donne e uomini di colore, pelle nera di preferenza, poiché la diversità viene meglio messa in evidenza - con appelli a ritrovare dentro ciascuno di noi indigeni, l'amore fraterno che tutti dovrebbe unire e di quello illuminare le strade di congiunzione. La pubblicità televisiva e non solo utilizza in maniera indegna immagini di donne e bambini in stato di cattiva salute, indigenza, per scucire denaro dalle tasche degli ingenui, sapendo che questi sono tanti. Veniamo quotidianamente asfissiati da toni terroristici di sbarchi, tensioni, ammassamenti di persone che finiscono col vivere peggio delle bestie - ché a mostrarli così si fa miglior breccia nelle coscienza facilmente manipolabili. Al contrario, di ammazzamenti e stupri e oscenità, in particolar modo la televisione, si occupa ben poco. Non si fa grancassa contro il presumibile svuotamento di carceri di Paesi da cui tanta di questa gente proviene. Eh no, questo non gioverebbe alle tasche degli arricchendi. Bene, se è vero che il senso di fratellanza dovrebbe essere un sentimento empatico spontaneo e prorompente, rimangono falsi i meccanismi attraverso cui si inducono gli affratellandi a considerare il venirsi incontro a braccia e cuori aperti. Quelli sì, possibilmente si aprono e ci auspichiamo che così sia. Ma da parte di chi induce, l'unica cosa che si spalanca, purtroppo, in massima parte, anche se non esclusivamente, almeno all'inizio, è il cordone della borsa. Questa è crudeltà e mi impedisce di accettare in maniera conseguenziale tali sconvolgenti avvenimenti.

Io che non mi ritengo crudele, costringerei le stesse entità altrimenti da considerarsi malefiche che, motivando le popolazioni coi massacri indotti, le inducono forzatamente a fuggire verso Paesi pronti a farli cadere nelle peggiori trappole consumistiche, a bloccare lo spaccio sfrenato di armi verso quelle Nazioni e Continenti. E più fuggitivi e più manovalanza, di lavoro e di criminalità a basso costo e più incalcolabili profitti per quella che ancora oggi, da noi, viene definita Cupola. Cupola che ingloba non solo la Mafia di obsoleta memoria, ma i veri distruttori del genere umano, circolanti ormai in ogni strato sociale, politico, intellettuale e sovranazionale. Schengen ha significato, ebbene sì, molto spesso, l'apertura facilitata anche a massicce infiltrazioni di origine criminale.

Io che non mi ritengo crudele, piuttosto che forzare l'allontanamento di genti dalle proprie radici territoriali, affettive, culturali e religiose, spedirei orde di onlus-siani, fondazioni-ani, Caritas-siani, politicanti sproloquianti e malfattori, ladri di quanto viene risucchiato dalle energie della popolazione al fine di saziare le proprie brame personali, a fornire, tutti insieme appassionatamente, con la catena e la palla al piede, opera umanitaria di formazione, di valido e più efficace utilizzo delle risorse territoriali a garantine l'autonomia esistenziale dei vari Popoli, sotto ogni aspetto, nei luoghi di origine di queste popolazioni, da cui, fossero i predetti animati da vero, onesto intento, mai vorrei vederli distaccati, se non in momenti  favorevoli allo svago, ai viaggi di approfondimento, alle visite ad amici o per il gusto di ampliamento di orizzonti della conoscenza del pianeta e dei suoi abitanti. Viaggiare non per infame necessità indotta, ma per scelta di umano, sereno desiderio di espansione spirituale, una volta raggiunto un livello di vivibilità dignitoso. Predicavo questo fin dagli anni '70, quando la mia esperienza lavorativa in seno a un'organizzazione  delle cosiddette Nazioni Unite, sorta per, si fa per dire, combattere la fame nel mondo... mi illuminava sui reali intenti dei benefattori e sulle modalità messe in atto al fine di perseguirli.

Un esempio per tutti, il racconto fattomi da un amico, operatore di un servizio fotografico propagandistico in un villaggio peruviano: i nativi venivano immortalati - a beneficio di coloro che erogavano fondi per le missioni allo scopo di garantire ricchi posti di lavoro anche a connazionali altrettanto fortunati - mentre mostravano i denti spalancando la bocca in un sorriso, stringendo ciascuno tra le proprie braccia un sacco di farina, non sospettando che finiti gli scatti fotografici, quegli stessi sacchi sarebbero stati ritirati e portati via. Progetti a iosa, personale a iosa, soldi a palate in stipendi, viaggi e innumeri benefit per funzionari e famiglie intere. Anche per il personale amministrativo e d'ufficio. Oggi fame, guerre e ricorrenti carestie e migrazioni, fughe, mostrano di quanto certe Organizzazioni si siano sempre fatta beffa.

Come scrisse Shakespeare, tanto rumore per nulla. O comunque, troppo poco rispetto alle sbandierate intenzioni di portare sviluppo nei Paesi cosiddetti sottosviluppati. Eppoi, sottosviluppati in rapporto a cosa, a chi, a dove, a quali costumi di vita? Chi ci ha voluto far credere che respirare ossido di carbonio dai finestrini di un camion, un'auto in movimento, una casa incastrata nel cemento, fosse migliore o più esaltante che correre tra gli alberi di una foresta equatoriale e tendere una mano a raccogliere un frutto cresciuto lì, a portata di braccio, proprio perché ci fosse nutrimento gratuito, alla bisogna, per chiunque? A che titolo, ad esempio, scendere dagli altipiani peruviani da cui si gode di certo una vista magnifica, per finire nelle pianure di luoghi in cui la modernizzazione, l'industrializzazione, il cosiddetto progresso dunque, hanno di certo favorito una mutazione genetica dei polmoni di coloro che di tali meccanismi sono caduti vittime? Oltre al fatto che la vita, nei luoghi d'origine, in cui si avrebbe il sacrosanto diritto di restare godendo di quello per cui a ciascun popolo è toccato di nascere proprio lì e non altrove, è probabilmente, nel rispetto di ciascuno, certamente migliore di quanto i civilizzati possano mai arrivare, purtroppo, ormai, a percepire e credere.

Alcune nazioni, in particolare un paio a noi geograficamente più vicine e da cui è stato più facile defilarsi senza ingenerare difficoltà di inserimento troppo profonde, non si sono soltanto viste privare di risorse umane, di persone oneste e bene intenzionate, fuoriuscite alla ricerca di sbocchi altri ma, nel cosiddetto mucchio di richiedenti il visto, hanno smesso di scoraggiare-impedire l'espatrio - poiché con l'allontanamento di elementi che in Italia hanno trovato la via aperta alla fuga da galere patrie che li avrebbero incarcerati per gettare, poi, le chiavi delle celle - si sono alleggeriti di tanto peso, incluso quello di mantenerceli, nelle patrie galere, a spese dello Stato. La parte sana di quegli emigranti avrebbe potuto costituire una vera risorsa anche per l'Italia, se non fosse che quasi tutti i Paesi di origine non hanno adottato e in buona parte mai adotteranno poiché gli esempi che corrono non sono incoraggianti a tal fine, la moneta europea unica, l'Euro. E se non fosse che il traffico di denaro che scorre dietro a questi sommovimenti è davvero ingente ed è dunque favorito da governi di malavitosi.

In conseguenza e virtù di quanto scritto, i denari guadagnati in Italia vengono spediti massicciamente a casa, poiché in quelle nazioni, il potere d'acquisto dell'euro è ben maggiore. Questo, tra l'altro, crea un movimento che, mi vien da sospettare, impoverisce le nostre Casse e danneggia i seppur vaghi sussulti di crescita economica. Essendo di fatto stati scippati di quella sovranità che i nostri politicanti hanno prestamente e malavitosamente svenduto a chi li gestisce come pupazzi collusi e dunque ben felici di essere spupazzati - così da avere una pur sottile giustificazione di fronte agli occhi dei cittadini sfruttati - noi siamo stati proditoriamente privati del sacrosanto diritto di stampare moneta e siamo costretti a comperarne da governi egemoni e usurai a costo ormai  di un sempre maggiore aggravio del cosiddetto debito pubblico. Nel caso di specie io non mi considero parte di quel pubblico, no davvero. Eppure ritengo che ben altra res publica dovrebbe essere anche per me, la questione di come vengono sperperate le nostre risorse. E lo Stato dovrebbe essere responsabile di tale scempio al cospetto di noi sfruttati. Anche di fronte a me, fosse pure soltanto di fronte a me. Sono o non sono cittadina di questo Paese? La Costituzione, narra o no, anche dei miei diritti di individuo da tutelare, oltre che dei doveri che poi si aggiungono quotidianamente, inventati dalla macchina stritolatrice che è il nostro Stato famelico e disonesto, ormai? O fosse che da troppi anni sto permettendo a questi mafiosi di infinocchiarmi?

Nel contempo, tali categorie di lavoratori importati, che dovrebbero, in linea di principio costituire una valida e ben venuta risorsa anche per l'economia nostrana, rimangono a costituire l'indistruttibile casta dei socialmente disagiati, aventi diritto a ogni forma di sgravio e agevolazione, continuando a preferire, in massima parte e laddove possibile per il datore di lavoro, le assunzioni cosiddette in nero (e chissà da quale atavico concetto dispregiativo nasce tale definizione negativa...) che permettono vantaggi al datore di lavoro, in parte - il quale a volte riesce così a sopravvivere traendo perfino quella forma di guadagno a giustificare l'impegno - e in parte ancora maggiore, a ben vedere, al lavoratore che rimane fantasma soltanto per quanto riguarda la propria partecipazione al riempimento delle casse comunali e statali sotto forma di tasse dovute, fosse regolarmente inserito nei registri degli assunti. Oltretutto, permanendo nelle liste dei figuranti disoccupati disagiati, pur nella permanenza di uno stato di precarietà residenziale, nulla sfugge loro, per sé e per i conviventi, anche quelli apparenti e temporanei, in quanto a benefici economici e di qualunque altro genere assistenzialistico, poiché una solida rete di associazioni assicura a tali categorie ogni sorta di sostegno che, al contrario viene negato agli Italiani, poiché gli Italiani rappresentano, nella condizioni in cui sono precipitati, soltanto una forma di fastidioso onere, ormai. Un odore che ferisce le papille olfattive dei signori che restano indebitamente insediati nei palazzi istituzionali. I nostri palazzi, a ben considerare. A spese nostre. Alla faccia nostra. E aggiungo, tanto per s-gradire, poi il concetto di furto perpetuo di sistemi costituzionalizzati, di benefici economici per tutti coloro che gravitano intorno e all'interno di Istituzioni Governative e affini.

Perfino il vitalizio per gli over 65, ricongiunti, apparenti o meno, che dovrebbero teoricamente essere residenti e conviventi, sono riusciti ad assicurare a questa categoria di persone, grazie a disposizioni di legge entrate in vigore nell'anno 2000 sotto il governo Amato. Ovviamente, dopo di ciò, in gran numero sono stati incoraggiati a venire in Italia e registrarsi come ricongiunti bisognosi, ai soggetti già sul territorio, al fine di far loro assegnare, con la collusione molto attiva dei CAF e di fasce annidate nei ministeri e nelle ambasciate, l'ammontare di euro 5.577 annui, pari a tredici mensilità da euro 429. L'INPS ruba. L'ex direttore Mastrapasqua ha creato una situazione disastrosa. Ci minacciano con l'instabilità delle somme pensionistiche fino a oggi erogate, sempre quelle per il comune cittadino, legate all'andamento del PIL, meccanismo da cui si sono sbrigati a svincolarsi, non molto tempo addietro, in virtù di qualche accelerazione negativa, i parlamentari e affini tutti. Si indebita l'INPS, indebitamente nei confronti dei cittadini che pagano le tasse, a favore di chi, oltre a far circolare in Italia ben poco di quanto qui guadagnato, si pasce di contributi mai versati. Ed è storia consolidata e dagli stessi confermata, che coloro che entrano nel nostro Paese, sanno esattamente, già prima di partire dalla propria casa, cosa, dove, come e quanto venire a pretendere. Sì, perché da tempo, ormai, sono stati messi nella condizione legale di farlo. In senso lato, accettare passivamente tutto questo, ci rende indegni difronte ai nostri figli. Uno zero, degli infami, a confronto dei soldati morti in guerra per un ideale di Patria ben diverso.

Divagando, mi viene in mente un proverbio. Nel corso della vita mi è capitato sovente di incappare nel fondamento di quella verità che essendo di forma cosiddetta popolare, rimane spontanea, genuina, incorrotta. E mi sovviene ora questo: 'Moglie e buoi dei Paesi tuoi'. C'è stato un tempo in cui l'attualità del concetto implicito in tale proverbio sembrava sfuggirmi. Viaggiavo, sperimentavo, strada facendo mi innamoravo persino e congetturavo su future possibilità di accostamento esistenziale. Non si è materializzata unione inter-nazionale alcuna.

Negli anni mi sono avventurata nel centro nodale del significato di quel detto popolare e ho trovato una forma di risposta: nasciamo, cresciamo, come ho scritto sopra, in luoghi determinati, in ambienti e condizioni climatiche e quanto altro, specifiche. Noi siamo espressione di quello spazio-tempo che ci ha visti maturare. Come ogni prodotto che viene nutrito, ogni figlio che viene generato e cresciuto, portiamo impressi specifici codici genetici, siano essi umani derivati dalla peculiarità di ciascun territorio e comunque sempre umano-derivanti. Possiamo dire che anche dei nostri rifiuti, per l'appunto, si rigenera la terra che calpestiamo e questi vengono elaborati per tornare a nutrire elementi che sono adatti al nostro codice genetico e non a quello di altri, salvo forzate intromissioni che magari possono essere causa, nel tempo - e, presumibilmente hanno causato -, di modificazioni non sempre con risultati di salto qualitativo e migliorativo.

Dicono che mescolare il sangue di razze diverse sia un rafforzativo di prerogative genetiche. Sarà vero? Perché dunque, Madre Natura ci avrebbe distribuiti chi qua e chi là e chiaramente non a caso, vista la marcata diversità tra le varie popolazioni e genie? Certo, i cambiamenti epocali non maturano in pochi anni e magari, nei secoli dei secoli, quello che oggi è falsamente spacciato per giusta circolazione di genti e da tutti subito, chi per un verso chi per un altro, chi più o meno dolorosamente come uno sconquasso a volte mostrato con dorature a mo' di specchio per le allodole, via via si consolideranno, formando, a ogni epoca, una stratificazione a mo' di piattaforma, quella stessa, ad esempio, di cui veniamo preavvisati durante processi di dimagramento, a incoraggiarci nei periodi in cui si verifica una stasi della perdita di peso. E' il periodo della piattaforma, ci dicono. Necessario al consolidamento dei risultati fin lì raggiunti e per poter ripartire con maggior lena ed efficacia. Nel frattempo, il dubbio di un insuccesso ci rode.

Sono certa che potranno sorgere albe diversamente illuminate. Oneste. Rispettose dell'altrui diritto a vivere in piena dignità nei luogi nativi, albe che, in conseguenza di tali scelte davvero umanitarie, vedranno spostamenti e mescolanze indolori e serenamente volontarie di persone curiose della vita e delle genti che vivono altre realtà. Non saranno le mie, quelle albe, ma sarò stata parte dei tempi dell'attesa e pungolo alla loro esplosione. Nel silenzio di un isolamento voluto per non sentire il frastuono che spazza l'Italia di oggi, metto la mano sul fuoco, che verrà il giorno: "verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo". Profetizzava così, puntando il dito contro altro e per altri versi fanaticamente impazzando, Giordano Bruno, ma la citazione si rende valida e pertinente a quanto sopra scritto.

Gli uomini hanno un dovere da compiere. Lo devono a se stessi e a tutti coloro che l’hanno preceduto, che lo seguono e seguiranno.

Buona serata, nottata forse o chissà, giornata - dipenderà dal momento in cui troverai voglia e tempo di leggere. TVB, figlia mia. Mia per quella parte che umanamente mi appartiene e che sovrumanamente ho sospinto verso la libertà di vivere la propria storia. Sempre.

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