giovedì 21 agosto 2014

Riflessioni sul film RAI 3 "Il processo di Norimberga"




Un film documento di grande importanza storica. Un film di una forza morale trasposta al tempo del vero cinema, sul grande schermo, come di rado mi è accaduto di vedere. Un film. Di quelli che ci si aspettava di vedere, non per la crudeltà del soggetto, ma per la perizia e a volte, per l'onestà intellettuale di coloro che partecipavano alla costruzione di quanto sarebbe andato in scena e poi, nelle sale, a informazione, come nel caso de "Il processo di Norimberga" svoltosi a carico di autorità tedesche colpevoli di crimini contro l'umanità, coperti dalla coltre di nebbia di una guerra.

Un processo che ha visto soggetti specifici, condannati. Una sentenza che non ha lasciato via di fuga alla coscienza collettiva della Germania e di ogni tedesco sopravvissuto a quei tempi estremi, seppure i colpevoli, condannati dal tribunale di Norimberga, non abbiano scontato la pena prescritta. La legge del profitto e della convenienza generale, come denunziato nel corso del processo stesso, ha avuto la meglio, conniventi altre nazioni che dal minimizzare - se non quando dal mettere a tacere -,  hanno imbastito futuri guadagni che a lungo andare, a punizione del misfatto, ci ridurranno polvere.

Non che altri, altrove e in ogni tempo, non abbiano perpetrato orrendi delitti, genocidi. Ma in Germania, un popolo sviluppatosi nel cuore di un'Europa illuminista, terra di cultura, di musica e pittura e scultura e letteratura e ogni qualsivoglia altra forma d'arte... Nutrire nel seno di cotanta culla una tale serpe, ancora oggi ci impone di riflettere e, soprattutto, ci deve spaventare. Identiche perfidie, meschinità, bassezze dell'animo umano che hanno devastato la Germania sono emerse, seppure in ben minor misura - ma chi decide se la vita di un singolo uomo non valga quanto quella di milioni di assassinati - anche in Paesi come il nostro in tempi più recenti e ancora oggi sfacciatamente glorificati al di là di ogni possibile accettazione di mea culpa laddove coscienza imporrebbe.

Il film è un'opera d'arte in senso lato: il tema trattato, la regia, la sceneggiatura, la sequenza delle scene. La bravura degli attori, attori veri, attori che per entrare nella sfera dei grandi frequentavano il pregiatissimo "Actors' Studio", tra i migliori che la cinematografia americana abbia prodotto: Spencer Tracy, Richard Widmark, Burt Lancaster, Montgomery Clift, Maximilian Schell, europeo nel sangue ed estremamente adatto a interpretare la parte dell'avvocato della difesa. Ogni arringa, una verità che in alternanza scalzava ora l'una ora l'altra faccia di quella terrificante medaglia. Ciascuno, nella forza del proprio ruolo, ha saputo imprimere ai personaggi una profondità che ha colpito nel segno delle coscienze.

Vera la crudeltà mentale, vero il terrore perfino di respirare uno in faccia all'altro per tema di venir denuciati. Tutto vero e temibile, eppure, attraverso le parole del giudice della corte, viene espresso un grande concetto di fondo: se il giudice tedesco che firmava inique sentenze era un cultore della giustizia, tanto più colpevole, a calpestare il senso della dignità umana di coloro che andava mandando a morte, sapendo di fare ciò. Tanto più da condannare poiché un tal misfatto andava a ledere la speranza di salvezza dell'animo umano, non solo di creature innocenti delle colpe ascritte loro.

Un film toccante e nella durezza delle requisitorie e dei filmati mostrati e nelle vie della ricerca delle colpe e di una giustificazione corale allo scempio. Ma di certo, il processo, obbligando il senso della vergogna di un popolo ad emergere, lo ha anche spinto a nutrire dentro di sé un sentimento di estraneità e di vendicatività per essere stato smascherato. Riproposto, il film mi ha spinta a riflettere su motivazioni recondite di una tedesca a capo di un governo tedesco: sono riemersi dallo sfacelo con le unghie e con i denti, ricostruendo una Germania distrutta. La voglia feroce di rivalsa di un popolo, dei figli di coloro che non vollero sapere, che necessita di sentirsi lavato della colpa, fosse pure attraverso il conseguimento di meriti economici che li ha visti primeggiare, trova altre vie per tentare di imporre un'egemonia del riscatto.

Il popolo ebreo non dimentica e persegue il culto del ricordo per non ricadere negli stessi orrendi crimini. La memoria degli uomini non archivia, anche se l'uomo cammina pensando che non ci sia necessità di guardare indietro. Il popolo tedesco non dimentica, archivia e in qualche modo, cerca rivincita.

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