Un processo che
ha visto soggetti specifici, condannati. Una sentenza che non ha lasciato via
di fuga alla coscienza collettiva della Germania e di ogni tedesco
sopravvissuto a quei tempi estremi, seppure i colpevoli, condannati dal
tribunale di Norimberga, non abbiano scontato la pena prescritta. La legge del
profitto e della convenienza generale, come denunziato nel corso del processo
stesso, ha avuto la meglio, conniventi altre nazioni che dal minimizzare - se
non quando dal mettere a tacere -, hanno
imbastito futuri guadagni che a lungo andare, a punizione del misfatto, ci ridurranno
polvere.
Non che altri,
altrove e in ogni tempo, non abbiano perpetrato orrendi delitti, genocidi. Ma
in Germania, un popolo sviluppatosi nel cuore di un'Europa illuminista, terra
di cultura, di musica e pittura e scultura e letteratura e ogni qualsivoglia
altra forma d'arte... Nutrire nel seno di cotanta culla una tale serpe, ancora
oggi ci impone di riflettere e, soprattutto, ci deve spaventare. Identiche
perfidie, meschinità, bassezze dell'animo umano che hanno devastato la Germania
sono emerse, seppure in ben minor misura - ma chi decide se la vita di un
singolo uomo non valga quanto quella di milioni di assassinati - anche in Paesi
come il nostro in tempi più recenti e ancora oggi sfacciatamente glorificati al
di là di ogni possibile accettazione di mea culpa laddove coscienza imporrebbe.
Il film è
un'opera d'arte in senso lato: il tema trattato, la regia, la sceneggiatura, la
sequenza delle scene. La bravura degli attori, attori veri, attori che per
entrare nella sfera dei grandi frequentavano il pregiatissimo "Actors'
Studio", tra i migliori che la cinematografia americana abbia prodotto:
Spencer Tracy, Richard Widmark, Burt Lancaster, Montgomery Clift, Maximilian
Schell, europeo nel sangue ed estremamente adatto a interpretare la parte
dell'avvocato della difesa. Ogni arringa, una verità che in alternanza scalzava
ora l'una ora l'altra faccia di quella terrificante medaglia. Ciascuno, nella
forza del proprio ruolo, ha saputo imprimere ai personaggi una profondità che
ha colpito nel segno delle coscienze.
Vera la crudeltà
mentale, vero il terrore perfino di respirare uno in faccia all'altro per tema
di venir denuciati. Tutto vero e temibile, eppure, attraverso le parole del
giudice della corte, viene espresso un grande concetto di fondo: se il giudice
tedesco che firmava inique sentenze era un cultore della giustizia, tanto più
colpevole, a calpestare il senso della dignità umana di coloro che andava
mandando a morte, sapendo di fare ciò. Tanto più da condannare poiché un tal
misfatto andava a ledere la speranza di salvezza dell'animo umano, non solo di
creature innocenti delle colpe ascritte loro.
Un film toccante
e nella durezza delle requisitorie e dei filmati mostrati e nelle vie della
ricerca delle colpe e di una giustificazione corale allo scempio. Ma di certo,
il processo, obbligando il senso della vergogna di un popolo ad emergere, lo ha
anche spinto a nutrire dentro di sé un sentimento di estraneità e di
vendicatività per essere stato smascherato. Riproposto, il film mi ha spinta a
riflettere su motivazioni recondite di una tedesca a capo di un governo
tedesco: sono riemersi dallo sfacelo con le unghie e con i denti, ricostruendo
una Germania distrutta. La voglia feroce di rivalsa di un popolo, dei figli di
coloro che non vollero sapere, che necessita di sentirsi lavato della colpa,
fosse pure attraverso il conseguimento di meriti economici che li ha visti
primeggiare, trova altre vie per tentare di imporre un'egemonia del riscatto.
Il popolo ebreo
non dimentica e persegue il culto del ricordo per non ricadere negli stessi
orrendi crimini. La memoria degli uomini non archivia, anche se l'uomo cammina
pensando che non ci sia necessità di guardare indietro. Il popolo tedesco non
dimentica, archivia e in qualche modo, cerca rivincita.
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